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I brevetti verdi sono utili ma non sufficienti | L’analisi di Pia Saraceno

Un recente studio di Fondazione Symbola e Unioncamere rileva che l’Italia è tra i primi 3 Paesi europei per numero di brevetti green, dopo Germania ed Austria, con punte di eccellenza nell’innovazione per l’efficienza degli edifici e nelle gestioni dei rifiuti.

Le imprese che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono poi per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti.

Segno di vivacità e di volontà d’investire per la sostenibilità.

Avere brevetti innovativi non è sufficiente però a creare un settore trainante.

L’Europa ha infatti una storia di occasioni mancate nel campo dello sfruttamento delle tecnologie green.

All’inizio degli Anni Ottanta il settore pionieristico delle pale eoliche vedeva la Danimarca in prima fila, il mercato del solare contava sulla leadership tedesca, le soluzioni per promuovere l’efficienza energetica spinte dagli obiettivi della decarbonizzazione si diffondevano in più comparti e paesi tra cui l’Italia.

Forti della loro leadership le pionieristiche industrie europee contavano di poter conquistare il mercato cinese concedendo le licenze e facendo accordi commerciali.

L’enorme sviluppo della capacità produttiva cinese ed il controllo dell’intera catena produttiva hanno fatto crollare i costi ed i prezzi cinesi molto al di là di quanto le industrie europee non si aspettassero, mettendo le loro produzioni fuori mercato.

Dunque, la Cina nel 2025, che ha puntato nella sua strategia di crescita sulle produzioni energetiche pulite sin dal 2015, stima pari ad 1/3 del suo tasso di crescita il contributo dei settori green rappresentati da: produzione, installazione ed esportazione di batterie, auto elettriche, energia solare (90% della produzione mondiale) eolica e tecnologie correlate.

L’Europa, scottata dall’esperienza dell’ultimo ventennio sta cercando di correre ai ripari, con politiche commerciali più accorte, con la promozione del “made in Europe” ed in parte con la nuova tassa sul contenuto di carbonio nei beni importati.

La strada per un recupero è molto ripida nei settori con tecnologie mature.

Birol dell’AIE afferma che l’Europa dovrebbe ora concentrarsi su prodotti diversi da quelli commercializzati dalla Cina, tra cui le apparecchiature per la rete elettrica, come i trasformatori elettrici e le apparecchiature di trasmissione.

Le scelte d’investimento per la nascita di nuove imprese e comparti in grado di far fruttare le innovazioni in modo sistemico, non dettate dalla pianificazione centralizzata come in Cina, dipendono ovviamente in modo determinante dalla coerenza degli strumenti, su un mercato potenziale di dimensioni tali da poter competere in un’ottica di medio termine senza passi indietro rispetto agli obiettivi.

Sono condizioni solo in parte presenti nel contesto europeo, dove le politiche energetiche si muovono secondo logiche che in alcuni paesi si accodano alle visioni negazioniste di Trump.

Come rileva l’AIE nella recete riunione annuale i Paesi aderenti e associati si sono trovati concordi solo sulla necessità di dare priorità alla sicurezza e all’accessibilità energetica, ciascuno a suo modo.

Alcuni tendono a privilegiare le energie rinnovabili e l’efficienza energetica come soluzioni.

Altri si concentrano maggiormente sulla garanzia di abbondanti forniture di combustibili tradizionali.

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