La pandemia ha scosso diversi ambiti sociali a livello globale. Tra questi anche il mercato del lavoro, che ha subito degli evidenti cambiamenti nella fase post pandemica. Ne parla Francesco Grillo, che spiega come nei primi momenti della ripresa «19 milioni di americani hanno volontariamente lasciato il proprio posto di lavoro e molti lo hanno fatto senza aspettare un’offerta alternativa».
«Il fenomeno – stranissimo se pensiamo che per un anno e mezzo i governi si sono svenati per congelare occupazioni minacciate dal blocco delle attività – si sta rapidamente trasferendo in Europa: tra i laureati della Bocconi e della Luiss crescono da tempo quelli che a un lavoro sicuro e strutturato, preferiscono provare a costruire una propria impresa per avere “impatto” su questioni che riguardano tutti», spiega in un editoriale sul Messaggero.
«Può essere questa una modifica strutturale del ruolo del lavoro nella vita delle persone? E cosa implica per gli imprenditori e i politici che provano a governare un mondo sempre più liquido? Le implicazioni» sottolinea l’editorialista «sono importanti per ciascuna delle tre parti che su questa sfida si gioca il futuro: imprese, governi, lavoratori».
«Le imprese devono rassegnarsi all’idea che sono ormai animali molto più sociali di quanto non lo fossero quando comandavano il mondo dalle fabbriche» continua. «Imparare a valutare gli effetti che stanno avendo aldilà dei numeri comunicati agli azionisti, è, ormai, essenziale per costruire e sviluppare fiducia non solo con i propri finanziatori, ma con i clienti e i propri collaboratori».
«Possono essere utili gli indicatori (ESG) che misurano la sostenibilità di un’impresa, ma solo se interpretati come strumento di ripensamento della propria strategia. Gli stati devono, invece, convincersi dell’impossibilità di arroccarsi in una difesa dello “status quo” che può portarli fuori della storia».
«Un welfare immaginato per quelli che sono stabili e protetti finisce con il diventare privilegio di ceti sempre meno numerosi e meno produttivi e, invece, un supporto universale (molto più efficiente del “reddito di cittadinanza” italiano) è urgente anche solo per potersi permettere la “distruzione creativa” che il progresso tecnologico induce. La sfida più personale è però per chi nel mondo del lavoro sta per entrare o deve trovarci nuovi equilibri».
«Si stanno sgretolando le carriere lineari e lo stesso sistema di sicurezze che caratterizzava le civiltà industriali» conclude. «Vincerà chi riesce a ridare al lavoro il ruolo che un tempo aveva: non più solo una modalità assai imperfetta di ridistribuzione di reddito, ma la strumento più importante per superare l’alienazione che stava schiacciando tutti su una dimensione solo individuale e riacquisire quel senso di appartenenza che definisce la società degli umani».
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