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Gli anni ’70 insegnano che l’austerità è un pannicello inefficace | L’analisi

Nel 1973 una guerra arabo-israeliana scoppiò in pieno Kippur (festa ebraica dell’Espiazione) e durò dal 6 al 25 ottobre.

La guerra odierna è iniziata il 28 febbraio ed era prevista durasse non oltre marzo.

Nel 1973 la quotazione del greggio quadruplicò da 3 ai 12 dollari al barile di inizio 1974.

Oggi è raddoppiata, da 60 agli 114 dollari del 7 aprile.

All’epoca fu chiuso il canale di Suez.

Oggi è bloccato lo Stretto di Hormuz, chissà fino a quando.

L’impatto allora fu sul consumo e sulla vita quotidiana, con attenzione alla riduzione, bilancia commerciale e dei pagamenti, petrodollari.

Oggi l’impatto è simile; ci si preoccupa di prezzo alla pompa, frenata dei consumi, rischio annullamento voli, rallentamento della crescita dei Paesi più fragili come l’Italia.

Cinque settimane dopo la fine della guerra del Kippur, per ridurre il consumo di carburante, il governo Rumor IV varò le domeniche a piedi, a partire dal 2 dicembre 1973.

Si parlò di austerity.

I benefici non furono apprezzabili, a detta di tutti.

Oggi si dice che l’Europa potrebbe ripristinare il lockdown del Covid già prima che finisca la guerra con l’Iran.

Nel 1974 la gestione economica delle imprese italiane andò meglio del previsto, sorprendente.

Elaborando i dati dell’Area Studi Mediobanca emerge che l’utile netto rettificato e aggregato di un campione di 1.078 società era stato nel 1972 negativo per oltre 1200 miliardi di lire e nel 1974 invece di peggiorare (come ci si aspettava) rimase sì negativo ma al livello dimezzato di 589 miliardi di lire.

Ci fu questo mezzo miracolo perché per molti mesi le fabbriche partirono da materie prime acquistate a prezzi vecchi e bassi e vendettero prodotti a prezzi prontamente maggiorati.

Il miracolo fu possibile perché nel modello gestionale le scorte erano abbondanti, il 23% del fatturato.

Nel 2024 (ultimi consuntivi aggregati di 1.905 società) le scorte sono diminuite ma ancora sfiorano il 20% del fatturato e fanno sperare in margini speculativi importanti per qualche mese.

Cinquant’anni fa ci si accorse con fortissimo ritardo dell’impatto disastroso della crisi energetica sull’economicità dell’industria anche perché la contabilità era prevalentemente a mano e cartacea e i bilanci si completavano a metà dell’anno dopo.

Le imprese più organizzate percepirono l’impatto della guerra del Kippur nell’estate 1974, non prima.

La maggior parte, soprattutto le piccole, se ne accorsero a inizio 1975.

Il campione di società, esaurito il beneficio per così dire speculativo, imbarcò nel 1975 perdite per 2.210 miliardi di lire, quattro volte quelle del 1974.

A giugno 2022 con la guerra in Ucraina il Centro Studi Confindustria stimò un aumento del 4% dei costi energetici nella manifattura rispetto al 2018-19, media tra un +13% nella metallurgia e aumenti minori per lavorazioni non energivore (nell’alimentare l’aumento fu stimato al 3,2%).

Con danno per l’industria italiana rispetto a Francia e Germania.

Quest’anno lo scenario peggiore ricalca la stessa stima del 2022.

Per l’alimentare l’aumento dei costi energetici è previsto tra il 4% e il 5,3% se per tutto il 2026 il greggio starà tra 110 e 140 dollari e il gas tra 60 e 100 (o se il conflitto dovesse durare tra quattro e dieci mesi).

Il governo Moro-La Malfa nel 1975 elaborò un disegno di legge per creare un vero mercato del lavoro e consentire un aggiustamento spontaneo della struttura intersettoriale (meno industria di base, più informatica e tlc), ma cadde ai primi del 1976 e non se ne fece nulla.

I successivi governi si sbracciarono per salvare imprese nei settori non più ridimensionati.

Austerità e salvataggi furono e sono pannicelli caldi inefficaci e costosi.

Imboccare una strada nuova è sempre tardi.

L’esperto e saggio ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin potrebbe spiegarlo ai colleghi.

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