A una settimana dal referendum sulla giustizia, Ilvo Diamanti su Repubblica ricorda come dai tempi di Tangentopoli molto sia cambiato, ma la distanza tra i poteri dello Stato non sembra essersi ridotta.
Anche perché, nel corso del tempo, il sentimento dei cittadini verso la politica non sembra essere cambiato.
Semmai, si è inasprito.
Per verificarlo è sufficiente osservare il rapporto “Gli italiani e lo Stato” condotto da LaPolis-Università di Urbino.
In fondo alla graduatoria, come sempre, si collocano “i partiti”.
Ormai un “participio passato”.
Partiti e non si sa verso quale “destinazione”.
Di certo “destinati” a non tornare, Per molto tempo, almeno…soprattutto perché, in tempi di “personalizzazione della politica”, sono stati sostituiti dai leader.
E “dalle” leader.
Visto che i principali partiti sono guidati da donne.
Il legame della democrazia con i partiti ha ragioni storiche.
Perché i “partiti” riassumono e interpretano le “parti” che ne “rappresentavano” gli interessi e i valori.
All’origine del significato stesso della nostra democrazia.
“Rappresentativa”.
La personalizzazione rischia, per questo, di modificare le radici della nostra democrazia.
E di condizionarne il percorso, in ogni passaggio.
Compresi i referendum.
Una questione apparsa evidente nel referendum, che si è svolto dieci anni fa.
Nel (dicembre) 2016, per “confermare” il superamento del bicameralismo paritario, proposto e voluto da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi.
La riforma definita, per questo motivo, “Renzi-Boschi”.
Venne bocciata dagli elettori.
Un esito che spinse alle dimissioni lo stesso Renzi, al tempo presidente del Consiglio.
E ciò spiega il motivo che ha indotto il (la) capo(a) del governo a chiarire che, comunque vada il voto, non intenda dimettersi.
Anche se ne risulterebbe sicuramente indebolita.
Perché, “nonostante i partiti siano partiti”, è indubbio che la loro assenza sia visibile. E significativa.
In quanto indebolisce il fondamento sociale del sistema politico e, dunque, della democrazia.








