#Vetrine d'Italia - Le storie delle attività commerciali che ripartono

Giuseppe Condorelli (Imprenditore): «Denuncio il pizzo per i miei figli e per la Sicilia»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

«La denuncia contro il pizzo è per i miei figli e per la Sicilia». Lo afferma Giuseppe Condorelli, patron dell’omonimo marchio dolciario, intervistato da Felice Cavallaro per il Corriere della Sera.

Ebbe paura? Non ci fu un attimo d’esitazione? «Mi chiamò di notte una domenica di marzo il guardiano spaventato davanti a quel “pizzino”. Una volata fra le stradine di Belpasso. Ne parlai con mia moglie Serena e andai subito dai carabinieri». Nel blitz che ha fatto scattare 40 arresti ci sono anche un paio di imprenditori che hanno usato la mafia per battere la concorrenza. «Mai un dubbio per me e mia moglie. Noi vogliamo solo fare vivere i nostri due figli di 14 e 15 anni in una terra senza mafia, senza soprusi».

Eccolo il giovane cavaliere del lavoro, erede di un piccolo impero costruito nel 1933 dal padre Francesco, il vecchio saggio pasticciere che in quest’angolo della provincia catanese riuscì a conquistare l’appoggio di Leo Gullotta per una scalata pubblicitaria ed economica oggi specchiata in un impianto da 8 mila metri quadri dove 52 addetti e 40 stagionali producono 200 milioni di pezzi l’anno venduti in 25 Paesi del mondo.

Un bocconcino prelibato, avranno pensato i mafiosi che forse si sono pentiti di questa tentazione costata cara, visto che ieri mattina dopo due anni di indagini i carabinieri del colonnello Rino Coppola hanno bloccato i 40 boss di vecchi clan locali e un paio di imprenditori che, al contrario di Condorelli, si sono piegati, spadroneggiando però contro i loro concorrenti. Sta dicendo che resistendo si vince? «Dico che denunciare un’aggressione, una minaccia, un’estorsione è un obbligo per l’imprenditore che in questa Sicilia devastata non ha solo una funzione economica, perché noi svolgiamo un ruolo sociale, direi etico».

«Ecco perché occorre trovare il coraggio. Altrimenti il male non sarà mai sradicato e noi costringeremo i nostri figli a muoversi in una realtà sempre peggiore». Perché tanti invece continuano a subire? «Ormai ci sono le condizioni per stare dalla parte della legalità, come mi ha insegnato a fare mio padre. Allora forse c’era qualche incertezza. Oggi non ci sono più alibi. Ogni volta che ci siamo rivolti ai carabinieri della vicina Paternò o al comando provinciale dell’Arma l’impegno attorno a noi è apparso subito concreto e visibile. E scatta la mano dello Stato».

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.