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[L’intervento esclusivo] Giuseppe Coco (Economista): «Il Mezzogiorno e gli incentivi buoni e cattivi»

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Nello scorso mese di giugno la Ministra Carfagna ha insediato una Commissione per il riordino degli incentivi alle imprese nel Mezzogiorno con la missione di formulare raccomandazioni operative a settembre. Quello degli incentivi alle imprese è un nodo difficile perché mentre le misure di incentivazione non mancano e spesso molto generose, gli effetti nel Mezzogiorno sono relativamente limitati, anche in termini di spesa. Si tratta, come sempre, di un problema prima italiano che del Mezzogiorno, che conferma come il nostro problema sia non tanto la spesa pubblica ma la sua composizione.

Nel 2018 gli aiuti di Stato alle imprese in Italia sono stati lo 0,3% del PIL circa, in Germania il 1,45% (di un Pil pro-capite molto più grande). Ma come mai gli aiuti di Stato tedeschi sono così tanti? Perché l’Unione Europea correttamente consente l’incentivazione quando ci sono esternalità, quindi ad esempio per transizione ecologica, digitale, in generale per innovazione, oppure per coesione territoriale. Ma sempre in presenza di un investimento. Le imprese tedesche investono moltissimo, e ancora di più in innovazione, e questo, anche in presenza di una minore incentivazione, genera una spesa molto più grande. La spesa per investimenti innovativi delle imprese ovviamente è il prodotto di molti fattori, non tutti riproducibili. Grandi organizzazioni capaci di progetti molto innovativi sul piano industriale ad esempio, che sono pressoché scomparse nel nostro paese, ma anche una spesa pubblica e privata in istruzione superiore e ricerca pubblica molto superiore.

Gli aiuti di Stato concessi alle imprese sono diminuiti molto di più in Italia rispetto agli altri paesi negli ultimi 20 anni. Nel Mezzogiorno sono diminuiti ancora più velocemente. La quota di aiuti concessi ad imprese del Mezzogiorno sul totale è poi risalita tra il 2016 e il 2018 sopra il 40 per cento del totale nazionale, dopo essere crollata durante la grande crisi fino al 30 per cento circa.

Il riordino degli incentivi deve partire dalla constatazione della difficoltà di indurre le imprese a investire, ma dalla ineludibilità dell’investimento come base per qualunque incentivo. La breve e parziale ripresa degli investimenti nel Mezzogiorno a partire dal 2016 è sicuramente dovuta al potenziamento del Credito d’imposta Sud (per soli macchinari ed impianti) ai massimi di intensità concessi dalla normativa europea e alla addizionalità rispetto a qualunque altro incentivo nazionale definita nella Legge Finanziaria per il 2017. Prima del 2017 il credito d’imposta per investimenti industriali al sud di fatto era irrilevante. Dovendo rinunciare a incentivi nazionali le imprese non avevano reali vantaggi ad investire al sud.

Le intensità di aiuto sono oggi fissate al 45% per le piccole imprese, 35 per le medie e 25 per le grandi. Sembrano intensità notevoli soprattutto se sommate ad incentivi nazionali, ad esempio il credito per investimenti innovativi o la Sabatini, ma in realtà permane un problema. Il credito per ragioni riconducibili alla normativa fiscale europea è tassabile. La vera intensità di aiuto dipende quindi dall’aliquota del soggetto investitore e può essere anche molto più bassa di quella nominale. Si tratta di un paradosso da eliminare con una opportuna pressione sui livelli europei in questo momento visto che la normativa sugli aiuti di Stato sta per essere ridefinita in maniera probabilmente meno restrittiva. Si noti che la tassazione del credito d’imposta sud peraltro significa che una parte dei fondi per lo sviluppo, in particolare quelli del credito tornano alla fiscalità generale.

Molti dubbi invece solleva la recente decontribuzione di tutti gli occupati nel sud. Costa 4,5 miliardi all’anno e non incentiva nessun particolare investimento o assunzione, la decontribuzione per i primi tre anni per nuovi assunti esisteva già.  Le anticipazioni del Rapporto SVIMEZ peraltro trovano che pur con una minore diminuzione di PIL, al Mezzogiorno l’occupazione soffre più che al centro-nord durante la crisi COVID. Sono primi segnali che la misura, pur costando moltissimo, non genera nuova occupazione al margine. È un trasferimento, si direbbe dovuto all’esigenza di spendere fondi della coesione velocemente. Non è così che cresceremo però.

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