Nel contesto attuale di forte volatilità dei mercati dell’energia e di rinnovata attenzione alla sicurezza degli approvvigionamenti, il nucleare torna nel confronto europeo come fonte energetica stabile e programmabile, in grado di rafforzare l’autonomia energetica e ridurre la dipendenza da fornitori stranieri.
L’analisi EY “Nucleare Italia 2026: la rotta per gli Small Modular Reactors” fornisce una prima quantificazione economica dei piccoli reattori modulari (Small Modular Reactors o Smr) sul sistema elettrico nazionale.
La simulazione, spiega una nota, prende in esame un piccolo reattore modulabile (100 Mw), ipotizzandone un funzionamento di lungo periodo (25 anni, ovvero una generazione) e un utilizzo regolare.
In questo scenario, l’impianto sarebbe in grado di produrre oltre 700.000 megawattora all’anno, una quantità sufficiente a coprire il fabbisogno elettrico di una città italiana di circa 150.000 abitanti o la domanda elettrica di un grande data center per l’AI.
Tra il 2025 e il 2026, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità per l’Italia si è mosso tra i 94 e i 150 euro per megawattora.
La simulazione EY indica che un impianto di questo tipo sarebbe in grado di produrre energia a un costo medio intorno ai 107 euro per megawattora, con un rendimento atteso potenzialmente superiore al 12% a fronte di un investimento stimato di circa 610 milioni.
L’Italia potrebbe così disporre di una fonte energetica stabile e domestica, contribuendo eventualmente a ridurre la volatilità dei prezzi e dei rischi di approvvigionamento.
La sostenibilità e i vantaggi economici di tale tecnologia dipendono però da come i progetti vengono impostati e realizzati.
Secondo Paola Testa, Europe West Energy Consulting Leader di EY: “I piccoli reattori modulari si inseriscono oggi in un contesto europeo che sta facendo passi avanti importanti sul piano normativo, industriale e del coordinamento tra Paesi, e che l’Italia sta progressivamente recependo nel proprio percorso legislativo.
Perché questa tecnologia possa esprimere pienamente il suo potenziale, però, è fondamentale tradurre questa cornice in scelte industriali concrete: contratti di fornitura di lungo periodo in grado di stabilizzare i ricavi, cantieri standardizzati per comprimere tempi e costi, e un percorso chiaro e trasparente per la gestione dei rifiuti.
È su queste leve che il nucleare modulare può passare dalla fase pilota a una presenza strutturata e competitiva nel mix energetico”.
La chiave, infatti, non è il singolo progetto, ma la capacità di procedere rapidamente dalla fase iniziale a una logica industriale.
Secondo le rielaborazioni di EY, la transizione dai primi esemplari alla produzione in serie può ridurre i costi degli impianti fino al 70%, grazie alla ripetibilità dei cantieri e all’integrazione in filiere industriali consolidate, in linea con le iniziative europee dedicate ai piccoli reattori modulari.
Un ulteriore elemento di contesto è rappresentato dall’evoluzione della domanda di energia elettrica, trainata dalla progressiva elettrificazione dei consumi industriali e dallo sviluppo di infrastrutture ad alta intensità energetica, come i data center.
Produrre energia in modo programmabile, tramite fonti a basse emissioni, può svolgere un ruolo di stabilizzazione del sistema, affiancando le rinnovabili (non programmabili) e contribuendo alla sicurezza, alla stabilità e alla competitività del Paese.
Infatti, nel 2024 le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica italiana, mentre il restante 59% è stato soddisfatto da altre fonti, in larga parte importante, con il gas naturale che rappresenta da solo il 43%.
In un momento in cui l’Ue valuta nuove strategie per rafforzare l’autonomia energetica e ridurre l’esposizione dai combustibili fossili, la quantificazione economica del possibile contributo del nucleare in Italia offre così ai decisori e al mercato una valutazione tecnica su cui impostare il confronto.








