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Ecco il costo del rinvio della fuoriuscita dai fossili | L’analisi di Pia Saraceno

La nuova crisi energetica trova l’Italia meno preparata di quanto avrebbe potuto essere se avesse mantenuto la traiettoria di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili prevista nel PNIEC, nella versione approvata dal governo all’inizio del mandato.

L’approccio cosiddetto pragmatico e lento alla decarbonizzazione, di cui l’Italia si è fatta portavoce alla Ue, ha molto rallentato l’elettrificazione e ci ha portato ad essere il paese in Europa che più dipende dal gas nel mix energetico (il 37% del fabbisogno energetico, 10 punti in più della Germania).

Tra il 2022 e il 2024, abbiamo installato circa la metà delle rinnovabili previste dagli obiettivi del governo di 9 GW all’anno entro il 2030, nonostante oramai da diversi anni le rinnovabili producano energia ad un costo inferiore rispetto ai fossili.

Il loro sviluppo non ha rappresentato nei fatti una priorità per il governo.

La deviazione dalla traiettoria programmata dalla transizione ha avuto come corollario il sostegno a piani di sviluppo delle reti gas esuberanti, poco coerenti con gli impegni di decarbonizzazione e con i trend di domanda, con costi ulteriori che ci troveremo a dover sopportare ancora per molti anni.

La crisi di Hormuz rende evidenti gli errori di prospettiva e indica che l’unico modo sostenibile per ridurre i costi energetici è diminuire la dipendenza dal gas.

Nell’elettrico significherebbe ridurre il numero di ore in cui il gas determina il prezzo marginale e quindi il prezzo per i consumatori.

Invece ancora una volta il governo persiste nella richiesta di revisione radicale del Green Deal per “recuperare competitività”.

Nel mirino è il sistema ETS per il quale chiede una sospensione o in subordine una esenzione per le industrie energy intensive e per il settore elettrico.

Con il Decreto bollette già lo ha in qualche modo anticipato, stabilendo di neutralizzare il costo dell’ETS per i produttori termoelettrici a gas rimborsandoli attraverso una nuova componente tariffaria nelle bollette dei consumatori.

Ne deriverà una riduzione della convenienza per gli investimenti privati in rinnovabili, in questo modo prolungando la dipendenza dal gas importato, costoso e geopoliticamente rischioso.

Smantellare o depotenziare il sistema ETS per cercare un sollievo immediato dai rincari delle fonti fossili sposta solo l’attenzione dalla radice del problema, ossia dalla loro elevata presenza nel mix energetico, al costo del carbonio, privando peraltro gli Stati delle risorse necessarie per finanziare l’efficienza energetica e le infrastrutture verdi.

L’opposizione dei principali Stati Ue alla sospensione proposta dall’Italia è già stata manifestata nei preliminari del Consiglio europeo di oggi e domani, ma un rinvio dei prossimi passi previsti nell’estensione del meccanismo resta probabile e farà danno.

Un indebolimento del segnale del prezzo del carbonio distruggerebbe la certezza del ritorno degli investimenti su cui fanno affidamento le aziende leader e gli innovatori.

Per affrontare nell’immediato le conseguenze dell’alto costo dell’energia per alcune le categorie di consumatori più deboli il governo avrebbe altre risorse.

La principale è quella di erodere le rendite generate proprio dagli alti prezzi dell’energia: l’extra gettito Iva (anche se modesto come impatto sarebbe un segnale), gli extra dividendi delle imprese energetiche partecipate, la rendita idroelettrica.

A questi si possono aggiungere una parte delle risorse già disponibili provenienti dal gettito ETS, subordinandole ove possibile alla realizzazione di interventi di efficienza.

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