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[Lo scenario] Putin userà il taglio delle forniture di gas come arma contro le sanzioni. Ecco cosa può succedere

Basteranno le sanzioni economiche per rallentare la guerra in Ucraina? Al momento sembrano essere le uniche armi possibili a disposizione dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Ma potrebbe non essere così facile. Secondo quanto sottolineato dall’Ispi, «non solo Mosca sarebbe oggi più preparata a fronteggiare le sanzioni occidentali rispetto al 2014, ma sta anche dimostrando di essere più capace di rispondere colpo su colpo, usando il gas come arma».

«Ce lo dimostrano proprio i prezzi del gas in Europa, schizzati alle stelle in questi mesi anche grazie a una precisa strategia di razionamento del gas da parte di Gazprom, la compagnia del gas statale russa». In un’analisi sulla potenziale efficacia delle sanzioni nei confronti della Federazione russa per le azioni militari in Ucraina.

«Gli stoccaggi di gas in Europa» spiega l’istituto «sono ai minimi degli ultimi 5 anni, al 32% della capacità totale (8 punti percentuali in meno di un anno fa): abbastanza per superare senza affanni l’inverno indipendentemente dalle azioni della Russia, ma non sufficienti a permettere all’industria europea di operare a pieno regime dal prossimo autunno, qualora non si dovessero trovare forniture sufficienti da altri Paesi». 

Italia esposta

«Secondo le stime della Banca centrale europea, allo stato attuale di prezzi e forniture, la produzione dell’Eurozona» riporta l’Ispi «diminuirà infatti dello 0,2% entro la fine del 2022. Qualora poi prezzi non più sostenibili o necessità di razionamento (una vera e propria “austerity energetica” come quella degli anni Settanta) costringessero gli Stati membri a un razionamento del 10% del gas diretto alle loro imprese, gli impatti sarebbero ancora più gravi: una perdita media dello 0,7% del valore aggiunto annuo dell’Eurozona».

«E l’Italia» osservano gli analisti «sarebbe ancora una volta particolarmente esposta: data una dipendenza dal gas russo e una presenza di industrie energivore superiore alla media Ue, l’Italia si trova infatti in “pole position” tra i grandi Paesi europei, con una perdita attesa dello 0,8% del proprio valore aggiunto».

Scarso effetto delle sanzioni

Minori rischi, secondo l’analisi dell’Ispi, verrebbero corsi dall’Europa dal punto di vista commerciale, rispetto a quello energetico. Il punto è però che anche la Russia, nel frattempo, è corsa al riparo, dopo i colpi subiti all’economia con le sanzioni del 2014. «Anche se la dipendenza energetica europea da Mosca nel corso dell’ultimo decennio è persino aumentata, lo stesso non si può dire dal punto di vista commerciale» osservano gli analisti.

«Negli anni successivi all’imposizione delle sanzioni contro la Russia a causa del conflitto russo-ucraino del 2014, i Paesi Ue» aggiungono «hanno velocemente ridotto le proprie relazioni commerciali con Mosca. Il peso della Russia nelle esportazioni dell’Unione europea è infatti diminuito dal 2,7% del 2013 all’1,6% del 2020. Un calo di quasi il 40% dovuto sia all’effetto delle sanzioni commerciali contro Mosca, sia alla volontà di essere meno esposti economicamente a eventuali nuovi cicli di sanzioni».

«Guardando ai singoli Stati Membri, il peso della Russia sulle esportazioni» viene evidenziato «si è circa dimezzato più o meno ovunque e ora ammonta a meno del 2% in tutte le cinque principali economie europee. Anche negli Stati Uniti osserviamo lo stesso trend, con la differenza che la Russia contava già nel 2013 meno dell’1% come destinazione dei prodotti americani».

Economia russa autarchica

«Nel frattempo» continua l’Ispi «nemmeno Mosca è rimasta con le mani in mano: a partire dal 2014 sono state implementate politiche fiscali e monetarie volte a rendere l’economia russa più autarchica, quindi meno dipendente dal dollaro e dai capitali occidentali. Il colpo subito nel 2014-2015 si fece infatti sentire. Le sanzioni, ma anche il dimezzamento del prezzo del petrolio sceso sotto i 42 dollari al barile (che era il prezzo necessario al Cremlino per mantenere in equilibrio il bilancio statale), causarono una vera e propria crisi finanziaria in Russia».

«Per sostenere un rublo in caduta libera, la Banca centrale russa si trovò costretta a utilizzare 170 miliardi di dollari dalle sue riserve di valuta internazionale, che diminuirono così del 32%. Per dare un’idea, in risposta alla Grande recessione del 2008-2009 le riserve russe si contrassero del 36%: numeri molto simili».

«Così» concludono gli analisti «per proteggere la sua economia da possibili nuove sanzioni, negli ultimi otto anni Mosca ha ricostituito le sue riserve. Riserve che ora ammontano alla cifra record di 630 miliardi di dollari: una cifra equivalente al 40% del suo Pil (contro una media del 9% detenuto dalle banche dell’Eurozona). E mentre nel giro di 5 anni la quota in dollari è scesa dal 40 al 13%, quella in renminbi è triplicata dal 5 al 15%».

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