Il Think Tank Quotidiano della Classe Dirigente

Dario Di Vico (Corriere della Sera): «La manifattura italiana ha saputo resistere alla pandemia»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Nella fase più critica dell’emergenza sanitaria, quella più segnata da restrizioni, la manifattura italiana aveva mostrato di essere piuttosto resistente, facendo registrare due successi tutt’altro che scontati. Innanzitutto, sottolinea Dario Di Vico, «le aziende della fornitura made in Italy sono rimaste saldamente agganciate alle catene renane di fornitura. L’Italia ha tenuto il secondo posto nel ranking industriale europeo calcolato, vale la pena ricordarlo, sul valore aggiunto».

«È chiaro che questi risultati sono stati determinati dal peso del nuovo triangolo industriale Varese-Bologna-Treviso emerso in tutta la sua forza durante la ripresa 2015-17 e confermatosi nel dopo pandemia. Nella primavera del 2021, quella interessata dai dati del secondo trimestre del Pil che hanno fatto segnare un sorprendente +2,7% (le previsioni erano dell’1,3%), i territori pur reagendo in maniera diversa hanno dato una spinta potente», scrive Di Vico sul Corriere della Sera.

«Lombardia da export I dati pubblicati giovedì scorso dalla Confindustria Lombardia, e riferiti a un campione di 2.600 aziende manifatturiere, lo dimostravano già prima dell’Istat. La produzione industriale è cresciuta nel secondo trimestre del 3,7 in chiave congiunturale, del 32,5% rispetto allo stesso periodo del 2020, e cosa ancor più importante, del 9,3% rispetto al secondo trimestre del 2019. Da segnalare il risultato della siderurgia (+29,4% sul 2019), della chimica (+19,5%) e degli alimentari (+11,3%) mentre i soli artigiani faticano a intercettare la ripresa».

«C’è ottimismo anche relativamente al recupero dei livelli produttivi e occupazionali nel terzo trimestre. Cala il ricorso alla Cig— un’azienda su cinque ha smesso di usarla — e cresce anche sedi poco l’occupazione (-0,5%). È ancora una volta l’export, secondo l’analisi del presidente Marco Bonometti, a tirare la ripresa regionale (“è il risultato della caparbietà e della determinazione degli imprenditori”), mentre ci sono preoccupazioni per il settore automotive “in seguito alla proposta Ue sulle emissioni di CO2 che impatterà fortemente sulla filiera italiana”».

«Veneto e finanza I segnali che arrivano dal Veneto sono leggermente differenti. Le associazioni ribadiscono, incuranti delle polemiche, la difficoltà di reperire manodopera (soprattutto autisti, elettricisti, manutentori ma anche impiegati amministrativi) e questa carenza, a loro dire, potrebbe addirittura condizionare la ripresa o quantomeno fungere da collo di bottiglia. È interessante annotare come nel Nordest si stia configurando una riorganizzazione dell’offerta che fa poco notizia perché riguarda spesso aziende minori, ma che vede sia accorpamenti societari che aumentano la dimensione media sia iniziative d’investimento da parte del private equity».

«I nomi sono quelli della 21 Investimenti, del fondo Alcedo e di VeNetwork di Alberto Baban e più in generale dai patrimoni di famiglie industriali stanno nascendo fondi che investono a loro volta nelle Pmi di successo. Sul versante degli investimenti la trasformazione digitale avanza ma non in maniera lineare. Si sta creando un effetto di polarizzazione tra imprese che puntano sulla digitalizzazione e aziende che pensano, a ragione o a torto, di poter quantomeno rinviare l’appuntamento».

«A segnare la linea di demarcazione c’è la cultura imprenditoriale dei titolari ma anche le richieste di mercato per lavorazioni di tipo artigianale, specie nel Trevigiano. Sono però segnalati in buona crescita gli ordinativi di nuovi macchinari: a spingere nella direzione del 4.o è la meccanica più moderna, l’industria del mobile più avanzata mentre l’alimentare investe principalmente sulla rete e sulla distribuzione. Resta, però, sullo sfondo la collaborazione tra imprese e università per l’economia della conoscenza e un test negativo viene dalla recente (e vivace) competizione elettorale per l’elezione del nuovo rettore dell’ateneo di Padova, che non ha visto la cosiddetta «terza missione» tra i temi-chiave. E restano indietro, con l’eccezione di Pordenone, anche le esperienze dei centri per il trasferimento tecnologico».

«La calamita emiliano romagnola Infine l’Emilia-Romagna. La regione che forse all’interno del triangolo industriale si è segnalata negli ultimi mesi per la maggiore capacità di attrarre investimenti (l’iniziativa sino-americana per la Supercar elettrica a Reggio Emilia è solo il più grande) e per una triangolazione imprese-università-amministrazione diventata quasi un caso di scuola. Più che nelle altre regioni limitrofe, e prescindendo dal colore politico del governatore, la Regione Emilia-Romagna si sta caratterizzando come un soggetto pro-impresa, una sorta di sportello intelligente al servizio di nuove iniziative e da qui gli annunci da parte di Granarolo, Philips Morris, Dhl, Ferrari e altri».

«Certo le imprese vanno in Emilia anche perché trovano il personale qualificato che cercano e trovano anche filiere che funzionano ma c’è una logica di sistema che accomuna la politica, le associazioni e i sindacati che altrove non si trova. Anche qui va avanti un silenzioso processo di concentrazione delle imprese soprattutto nel packaging e nell’impiantistica, magari anche all’interno delle singole filiere».

«Se da una parte si difendono le quote di mercato dall’altra si cresce per linee esterne e come in Veneto questo fenomeno interessa Pmi magari da 10 milioni di fatturato. Manca purtroppo ancora una mappa di queste trasformazioni. Gli investimenti sono indirizzati alla digitalizzazione con le tecnologie di interconnessione, ma l’ecosistema emiliano spinge anche sulla via della sostenibilità: il giudizio degli osservatori che dopo aver recuperato efficienza le imprese stiano cercando adesso di innovare nelle tecnologie di produzione. Lo step successivo. Per effetto di questo complesso movimento i fatturati appaiono in crescita mentre la marginalità procede lento pede».

«Ma come si rapporta il nostro triangolo industriale con l’analoga figura geometrica rappresentata dai legami Italia-Francia-Germania e battezzata da una copertina della rivista di geopolitica Limes che inneggiava al triangolo dell’epoca Draghi? Ci viene incontro una recente ricerca di Confindustria Lombardia che purtroppo riguarda una sola regione e non tutte le tre, ma che fornisce comunque spunti interessanti».

«L’indagine condotta su 1.650 imprese ci dice due cose importanti: il 45% del fatturato totale viene realizzato all’estero; il 65% delle imprese è riuscito durante la pandemia a mantenere la sua quota di mercato estero. La Lombardia si conferma la regione più votata al rapporto con la Germania, per due terzi delle imprese del campione è il principale Paese di sbocco seguito dalla Francia. E questo anche perché la crisi sanitaria ha spinto le imprese a concentrare gli sforzi nella difesa delle posizioni soprattutto sui mercati-chiave, magari a discapito di quello più lontani».

«Il triangolo di Limes però appare lontano se per il 95% delle imprese internazionalizzare è mero sinonimo di esportare. Poche (il 10%) hanno una presenza commerciale diretta come uffici di rappresentanza, filiali o negozi e ancora meno (il 7%) ha una presenza produttiva fuori dai confini nazionali. Emerge anche come il nostro ruolo sia prevalentemente quello di fornitori dentro le grandi catene del valore tedesche e francesi: due terzi delle imprese si interfacciano solo ed esclusivamente con il loro cliente finale e solo il 18% si è dotata di export digitale con piattaforme e servizi. Sulle sorti del triangolo italo-renano pesano però altre valutazioni».

«L’impressione è che sul versante tedesco la relazione con l’Italia sia sufficientemente stabilizzata e sancita dalla netta prevalenza degli interessi nell’industria delle automotive, mentre su quello francese non sempre le élite parigine sanno misurare la forza del nostro modello di specializzazione. La cultura industriale francese è molto concentrata sul binomio Stato-grandi imprese e in più quando si parla di politica industriale i nostri cugini mettono da parte la bandiera europea e sventolano solo e comunque quella dell’Esagono. Il tutto condito da uno spiccato sentimento di superiorità».

Per saperne di più:

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.