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Deficit ed energia: braccio di ferro Roma-Bruxelles | L’allarme del Fmi

Le cifre, prima di tutto. Perché sono quelle che fanno saltare il banco, prima ancora delle dichiarazioni, dei vertici e dei sorrisi nelle foto.

Secondo il Fondo monetario internazionale, sulle famiglie italiane potrebbe abbattersi una mannaia tra i 450 e i 2.270 euro sotto forma di maggiori spese per le bollette.

La famiglia media europea perderebbe 375 euro nel 2026, pari allo 0,7% dei consumi.

Ma la forbice è ampia: si va dai 620 euro della Slovacchia ai 134 della Svezia.

E nello scenario più grave del World Economic Outlook del Fmi, la perdita media salirebbe fino a 1.750 euro.

Insomma il caro energia non è più un titolo da convegno, ma una tassa occulta che bussa direttamente alla porta di casa.

In questo quadro, l’Europa si scopre ancora una volta divisa.

Da una parte l’Italia, con un manipolo di Paesi che chiedono un bazooka economico per affrontare quella che ha tutta l’aria di essere la più grave crisi energetica degli ultimi decenni.

Dall’altra Bruxelles, che più che imbracciare il bazooka preferisce controllare il grilletto.

Il risultato?

Eurogruppo ed Ecofin certificano l’ennesima crepa, mentre sullo sfondo lo stretto di Hormuz resta chiuso e l’energia continua a costare come un bene di lusso.

Il punto è semplice, almeno sulla carta: Roma chiede più spazio di bilancio per sostenere famiglie e imprese.

Una deroga energetica sul modello di quella già concessa alla difesa.

Ma l’Europa punta i piedi.

Niente scorciatoie, niente sconti, niente liberi tutti.

La linea è quella dell’ortodossia: disciplina fiscale prima di tutto.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, lo ha detto senza girarci troppo intorno:

“Se le condizioni lo richiederanno siamo pronti a intervenire per proteggere i redditi disponibili delle famiglie e la liquidità delle imprese.

Sarebbe il responsabile non farlo perché il costo che ne deriverebbe in termini di danni persistenti all’economia e al tessuto sociale sarebbe ingiusto e inaccettabile.

Mi auguro che su questa consapevolezza si crei una condivisione a livello europeo”, ha affermato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Un messaggio che suona più o meno così: non possiamo stare a guardare mentre il sistema scricchiola.

A dargli manforte, dal fronte industriale, è il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini:

“Credo che il ministro Giorgetti abbia detto una cosa giustissima.

Oggi l’energia è un problema per il nostro Paese enorme.

Io credo che non si possa lasciare indietro nessuno.

È fondamentale oggi rendere competitiva tutta l’Europa perché sarebbe molto miope pensare che alcuni Paesi ce la possano fare e altri no”, ha dichiarato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.

Messaggio chiaro: senza energia competitiva, l’industria europea rischia di diventare un museo.

Dall’altra parte del tavolo, però, la musica cambia.

Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, mantiene la linea della prudenza, che a molti suona come immobilismo:

“Per il momento, il nostro consiglio è di attenerci a misure temporanee e mirate con un impatto fiscale limitato.

Va detto che i ministri hanno espresso visioni divergenti sulla necessità di flessibilità di bilancio addizionale.

Quindi il nostro consiglio di usare la flessibilità esistente e di usare gli stabilizzatori automatici.

Ma ovviamente come Commissione continuiamo a monitorare attentamente e siamo pronti a reagire se la situazione peggiorasse”, ha dichiarato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis.

In sostanza: utilizzate quello che c’è, e poi si vedrà.

E mentre i governi discutono di decimali di deficit, dalla Banca centrale europea arriva una riflessione più ampia.

La presidente della Bce, Christine Lagarde, mette il dito nella piaga:

“L’ultimo decennio ha messo in luce un paradosso preoccupante: ogni nuovo dato ci dice di accelerare la transizione ecologica, eppure questa sta rallentando.

Una maggiore consapevolezza non è stata accompagnata da una maggiore determinazione.

La transizione ecologica, semmai, ha perso slancio.

Lo scorso anno le emissioni globali di carbonio derivanti dai combustibili fossili hanno raggiunto un livello record.

Una delle ragioni è che il cambiamento climatico — un fenomeno che colpisce a prescindere dall’orientamento politico — è diventato una questione di parte.

Negli ultimi anni, abbiamo persino assistito a dibattiti in Europa sull’eventualità che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile nell’attuale mondo geopoliticamente instabile, a causa dell’aumento delle bollette energetiche.

Ma lo status quo è chiaramente insostenibile”, ha affermato la presidente della Bce, Christine Lagarde.

Il prossimo round è fissato per il Consiglio europeo di giugno.

Ma più che un vertice, somiglia sempre di più a una resa dei conti.

Perché quando la realtà bussa alla porta, anche i trattati, prima o poi, devono decidere se aprire o far finta di non sentire.

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