L’Europa assieme agli Stati Uniti possono influenzare «il prezzo internazionale della materia prima, sia essa petrolio o gas». Lo sostiene l’economista Sergio De Nardis. «Il modo in cui verrà probabilmente utilizzato questo potere di mercato costituirà un’ulteriore evidenza della contraddizione, già palesata con le sanzioni Swift, tra i due principali obiettivi attualmente perseguiti dal mondo occidentale: quello di voler salvaguardare le proprie economie appena uscite dalla recessione Covid e quello di danneggiare la Russia».
«La politica che si intende perseguire in Europa è di attenuare per quanto possibile, attraverso sussidi e minori tasse, l’impatto dello shock energetico sui prezzi finali pagati da consumatori e imprese. Tuttavia, così facendo, Ue e Usa finiranno col sostenere la domanda mondiale di prodotti combustibili, accrescendo i prezzi di vendita praticati dagli esportatori, Russia inclusa. Il costo di una politica volta a difendere le economie dagli effetti recessivi dello shock energetico è duplice, consistendo in perdita di gettito/aumento di spesa per le finanze pubbliche e in una fuoriuscita di potere d’acquisto a favore dei produttori di energia, tra cui appunto la Russia. Tale costo, inoltre, è tanto più alto quanto meno è elastica l’offerta della materia prima (all’aumentare del prezzo l’offerta cresce poco) come sembra configurarsi la situazione attuale», scrive De Nardis sul magazine digitale Inpiù.net.
«L’obiettivo di penalizzare la Russia richiederebbe in effetti una misura opposta da parte dell’Ue (e degli Usa), cioè la tassazione delle importazioni che aumenterebbe sì i prezzi di acquisto dell’Europa, ma al contempo peggiorerebbe, riducendo la domanda di energia, la ragione di scambio degli esportatori. Dato il danno che subirebbero i cittadini europei (ulteriore balzo dei prezzi), sembra un’eventualità da escludere. Nel caso, invece, di politiche europee di sussidio il guadagno di potere d’acquisto per la Russia, conseguibile grazie alla falla nelle sanzioni Swift, non potrebbe essere indirizzato ad acquistare beni dai paesi occidentali, ma potrebbe essere speso in manufatti cinesi o di altre economie non partecipanti alle sanzioni» continua De Nardis.
«Tale flusso di valuta aiuterebbe inoltre a effettuare quei pagamenti interni che risultano cruciali per la tenuta economica e politica del paese. Non c’è dunque possibilità di conciliare i due obiettivi? Una strada, difficile da perseguire, ci sarebbe. Essa consisterebbe nell’operare per far sì che nel mercato mondiale aumenti l’offerta di petrolio, reintegrando il greggio iraniano (con eliminazione delle relative sanzioni), mirando alla rottura di Opec+ (includente la Russia) e tornando a un’Opec a guida saudita, da allineare attraverso un lavoro politico-diplomatico agli attuali interessi occidentali. Ne conseguirebbe un abbassamento del prezzo del petrolio che favorirebbe i consumatori Ue, penalizzerebbe la Russia per la quale il greggio è la principale fonte di entrata e faciliterebbe il processo di sganciamento europeo dal gas di tale Paese» conclude De Nardis.
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