Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Cosa succede se il Pil va controvento | L’analisi di Fabrizio Galimberti

Lepre o tartaruga?

Evidenza lepre: dal 2019 (l’anno prima della pandemia) al 2024 il Pil italico è cresciuto più della media Eurozona.

È vero che quella crescita è stata spinta dalla folle e meritoria e dispendiosa saga dei bonus e superbonus (senza quelli non saremmo stati alla testa del plotone), ma insomma, la crescita c’è stata.

Evidenza tartaruga: nel 2024, nel 2025 e – secondo le stime – nel 2026, cresciamo meno dell’Eurozona.

Ci potremmo consolare con la qualità della crescita, nel senso che la primazia viene conservata, anche nel secondo periodo, se guardiamo a quella componente virtuosa della domanda che sono gli investimenti.

Ma c’è una ragione della bassa recente crescita italiana, ed è il fatto che l’Italia, molto più degli altri Paesi, è stata costretta a crescere controvento.

Il vento contrario è venuto sia dalla finanza pubblica che dai tassi di interesse.

Guardiamo dapprima alla finanza pubblica, e al suo risanamento.

Il saldo del bilancio pubblico è influenzato dal ciclo economico.

Quindi, per giudicare se il deficit del bilancio pubblico sia “veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza” (come recita il Prefazio dell’Avvento), bisogna guardare al cosiddetto ‘saldo strutturale’, che corregge il saldo eliminando l’influenza del ciclo.

Quando questo saldo strutturale migliora (il deficit si riduce), vuol dire che l’economia fa un passo in avanti nel risanamento della finanza pubblica.

Certamente, un risanamento non è indolore, perché un deficit più basso vuol dire che il bilancio pubblico toglie dall’economia più di quanto dà – insomma, la politica di bilancio è restrittiva.

Ora, negli ultimi due anni, dai consuntivi del 2024 ai preventivi del 2026, il nostro saldo strutturale è migliorato (politica restrittiva), mentre nella media Eurozona il saldo strutturale è peggiorato (politica espansiva).

Veniamo ai tassi di interesse.

L’inflazione in Italia è più bassa di quella media dell’Eurozona, e questo merito porta qualche svantaggio: tassi di interesse più alti e inflazione più bassa, portano a tassi reali più alti – e sono questi che contano per il supporto all’economia.

I tassi reali dei nostri BTP a 10 anni sono nettamente più elevati rispetto a quelli dell’Eurozona.

Il nostro tasso di inflazione è più basso di quello tedesco, il nostro deficit pubblico – totale o strutturale – anche, ma ciononostante abbiamo ancora tassi sui titoli pubblici superiori di una settantina di punti base rispetto a quelli tedeschi.

E questo grazie all’antica nomea di fragilità dell’economia italiana.

Lo spread dovrebbe andare a zero se guardassimo ai fondamentali…

Ora, è giusto lamentarsi del fatto che l’economia italiana cresca poco.

Ma allo stesso tempo, dovremmo compiacerci del fatto che continui ad avanzare anche col vento contrario, portando sul groppone una soma più pesante rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.