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Bottino dell’Abi: “Le banche non licenzieranno nemmeno questa volta, ma ecco di cosa abbiamo bisogno”

L’impatto dell’epidemia da coronavirus sull’economia italiana e’ profondo ed esteso, mentre il calo delle attività si sta riflettendo e “inevitabilmente” si rifletterà sul mercato del lavoro. Al momento non ci sono evidenze che le banche italiane vogliano ridurre l’organico e quindi licenziare.

Ma per sostenere la ripresa e la produttività -oltre alle misure previste nei dl Cura Italia e Rilancio – sono necessari interventi di ampio respiro, partendo da una maggiore chiarezza sulle responsabilità del datore di lavoro sul rischio covid-19 fino ad arrivare a maggiori investimenti per lo smart working, misure sulle retribuzioni e il taglio del cuneo fiscale.

E’ quanto sottolineato da Stefano Bottino, responsabile della direzione sindacale e del lavoro dell’Abi, durante un’audizione in Senato sulle ricadute occupazionali da Covid-19.

“Il nostro è un settore che di fatto non vede licenziamenti. Fino a oggi, nonostante le crisi che ci sono state, i licenziamenti non hanno mai caratterizzato il settore bancario italiano, non ho visibilità su notizie o elementi che possano far pensare che sia diverso nel futuro. Non ho evidenze in questo senso”.

Nel 2000, ha ricordato, “ci siamo dotati del fondo di solidarietà di settore per accompagnare i processi di riorganizzazioni in modo tale da evitare il più possibile che avessero un impatto sociale e quindi di gravare sugli aspetti sociali dei lavoratori. Abbiamo sempre gestito in modo consensuale e praticamente solo con soli ricorsi a esodi volontari i processi di risoluzione con l’impegno delle banche ad affrontare importanti oneri finanziari per accompagnare questi processi proprio per la volontà di sostenere anche dal punto di vista sociale questo tipo di situazione”.

L’Abi ritiene di “assoluta urgenza, anche al fine di garantire una ripresa efficace, progressiva, dell’economia del Paese, un chiarimento sul piano normativo circa l’ambito di responsabilità per il rischio Covid-19 dei datori di lavoro”.

Secondo l’Abi “l’obbligo in capo ai datori di lavoro – ai fini della conseguente responsabilità civile e penale – deve essere limitato all’adozione delle misure anti-contagio indicate negli stessi Protocolli sottoscritti dalle Parti sociali a livello nazionale, escludendo l’obbligo di valutare il rischio contagio in quanto fattore esterno, caratterizzato dalla imprevedibilità ed eccezionalità, i cui effetti non sono controllabili dal datore di lavoro”. Serve un intervento normativo per sancire che il rispetto del Protocollo di ciascun settore e delle altre misure di precauzione dettate dal Governo esclude ogni responsabilità del datore di lavoro perché, in assenza di questo chiarimento “si scaricherebbero sul mondo del lavoro responsabilità di valutazioni su rischi quali il Covid-19 per i quali non vi sono ancora risposte scientifiche certe e che hanno natura di rischio generico, che investe l’intera popolazione indipendentemente dalla specificità del “rischio lavorativo proprio” di ciascuna attività”.

Per prevenire il disagio sociale conseguente alla possibile disoccupazione provocata dalla emergenza in corso, occorre considerare che “l’ampiezza e l’eccezionalità delle conseguenze sul mondo produttivo potranno rendere più complessa la fase di transizione verso un nuovo lavoro. Risultano quindi opportuni interventi per sostenere le persone nella fase di transizione e re-impiego”.

Sarebbe necessario un “prolungamento della durata massima della Naspi (attualmente 24 mesi), tenuto conto che nel contesto attuale la prospettiva di rioccupazione sconterà periodi più lunghi; un riconoscimento della Naspi non solo in caso di licenziamento formale, ma anche a seguito di risoluzioni consensuali conseguenti a piani di ristrutturazione gestiti d’intesa con le organizzazioni sindacali; flessibilizzare l’accesso al pensionamento, per accompagnare chi e’ prossimo allo stesso ed è maggiormente svantaggiato nella ricerca di un impiego; agevolazione dei processi di invecchiamento attivo quali ad esempio la possibilità di trasformare il rapporto di lavoro da full time a part time negli anni immediatamente anteriori al pensionamento, così da favorire una riduzione del lavoro non traumatica dal punto di vista sociale. Per sostenere la produttività e sostenibilità del lavoro, bisogna intervenire per ridurre l’elevato differenziale tra il costo del lavoro sostenuto dalle imprese e la retribuzione netta percepita dal lavoratore, affiancando a misure di carattere fiscale sui redditi da lavoro dipendente, una riduzione della contribuzione a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori”.

Sarebbe “auspicabile” un intervento sulle retribuzioni, attraverso la leva fiscale, al fine di aumentare il reddito da lavoro dipendente effettivamente disponibile, così da favorire il sistema economico attraverso il conseguente incremento dei consumi e della domanda interna.

La misura “potrebbe rivolgersi prioritariamente ai redditi medio/bassi, tenuto anche conto della maggior propensione ai consumi dei loro percettori”.

Lato impresa, prosegue l’associazione, “la riduzione del cuneo va attuata agendo sulla leva contributiva che, causa la conseguente moderazione del costo del lavoro, determinerebbe una maggiore competitività del sistema e una crescita diretta della domanda di lavoro. La riduzione degli oneri contributivi anche in capo al lavoratore, incrementando la retribuzione netta, rafforzerebbe i richiamanti effetti della leva fiscale”.

Servono investimenti sullo smart working.

“Tutta la nuova organizzazione del lavoro richiederà ingenti investimenti nella formazione delle persone; tali investimenti devono essere adeguatamente sostenuti con l’impegno anche di risorse pubbliche per evitare che le imprese siano da sole a doverli finanziare”.

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