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Bce: seconda stretta del 2026, tassi al 2,5% e il conto arriva sui mutui | Lo scenario

La Bce alza ancora il costo del denaro e manda un messaggio che vale quasi più dei 25 punti base messi sul tavolo: la partita con l’inflazione non è finita.

Il direttivo dell’istituto ha deciso all’unanimità di portare i tassi di interesse al 2,5%, per la seconda volta nel 2026.

Per Christine Lagarde è stata una decisione quasi scontata, “no brainer”, come l’ha definita in conferenza stampa.

Ma dietro la semplicità della scelta si intravede un percorso tutt’altro che concluso.

Il direttivo, ha spiegato la presidente, continuerà a decidere “meeting by meeting”, guardando di volta in volta ai dati.

Nessuna indicazione precostituita, dunque, e nessun calendario di rialzi già scritto.

Ma il quadro che emerge dalle nuove proiezioni è sufficiente a tenere spalancata la porta a nuove strette.

Anzi, sui mercati prende corpo l’ipotesi di altri tre rialzi nei prossimi mesi.

Primo possibile appuntamento già a dicembre.

La Bce non vuole promettere nulla, ma neppure togliersi le munizioni dal tavolo.

E il motivo è semplice: l’economia dell’Eurozona sta reggendo meglio del previsto, mentre l’inflazione si sta dimostrando più tenace.

È questo il cambio di scenario rispetto all’estate.

La crescita, che fino a qualche mese fa rappresentava il principale ostacolo a una politica monetaria più severa, oggi fa meno paura.

L’economia ha sorpreso positivamente nel secondo trimestre e, secondo Francoforte, la dinamica è proseguita anche nel terzo.

La manifattura beneficia dell’aumento della spesa pubblica per difesa e infrastrutture, i servizi stanno recuperando terreno e l’attività legata all’intelligenza artificiale sostiene investimenti ed esportazioni.

Numeri alla mano, gli esperti della Bce hanno infatti rivisto al rialzo le previsioni di crescita: per il 2026 si passa dallo 0,8 allo 0,9%, mentre per il 2027 la stima sale dall’1,2 all’1,4%.

E Lagarde ha lasciato intendere che, considerando anche i dati arrivati dopo la chiusura delle proiezioni, la crescita di quest’anno potrebbe risultare persino superiore allo 0,9%.

Una buona notizia per l’economia, meno per chi sperava in una rapida inversione della politica monetaria.

Perché se l’economia corre un po’ più del previsto, la Bce ha più spazio per occuparsi dell’altra metà del problema: i prezzi.

L’inflazione, infatti, sta rallentando meno rapidamente di quanto Francoforte vorrebbe.

O meglio: alcuni prezzi hanno sorpreso positivamente, soprattutto quelli alimentari, ma la discesa verso l’obiettivo del 2% rischia di essere più lunga.

L’inflazione complessiva potrebbe rimanere ben sopra il target nella prima metà del 2027, mentre quella di fondo, depurata dalle componenti più volatili, è attesa in aumento fino all’inizio del prossimo anno e poi ancora elevata per il resto del 2027.

Anche il 2028 non sarebbe completamente al riparo: le previsioni indicano un’inflazione media del 2,1% e un’inflazione core del 2,3%.

Numeri compatibili con un ritorno verso l’obiettivo alla fine del 2027, secondo la lettura di Lagarde, ma che raccontano comunque una storia di pressioni sui prezzi destinate a lasciare traccia.

Il grande imputato resta l’energia.

Ad agosto l’inflazione energetica è salita al 14,3%, effetto dello shock che rischia di propagarsi a catena.

Prima l’energia, poi i trasporti e i costi di produzione, quindi gli alimentari, i servizi e gli altri beni.

Il timore di Francoforte è che quello che oggi appare come uno shock concentrato possa trasformarsi domani in un’inflazione più diffusa.

E c’è un altro elemento che comincia a entrare nel radar della Bce: la domanda.

Una crescita più robusta potrebbe infatti contribuire a mantenere elevate le pressioni sui prezzi.

Se così fosse, il rialzo deciso oggi non sarebbe soltanto una mossa preventiva, ma il primo passo verso una politica monetaria davvero restrittiva.

Lagarde ha assicurato che il Consiglio non ha discusso alcuna ipotesi sulle prossime riunioni.

È il modo con cui la Bce ribadisce la propria filosofia: niente automatismi, niente promesse, niente traiettorie fissate in anticipo.

Ma la cautela verbale non cancella la sostanza del quadro.

Simon Dangoor, deputy chief investment officer del reddito fisso di Goldman Sachs Asset Management, vede possibile un nuovo aumento già a dicembre.

La combinazione fra crescita solida e prezzi dell’energia elevati, osserva, sta alimentando le pressioni inflazionistiche e i responsabili politici hanno già segnalato di non voler tollerare che questo scenario si prolunghi.

Del resto, basta guardare agli scenari alternativi elaborati dalla Bce per capire perché Francoforte voglia conservare tutta la propria libertà di movimento.

Nel caso di uno shock energetico grave e persistente, l’inflazione potrebbe arrivare al 5,4% nel 2027, mentre la crescita si fermerebbe allo 0,4%.

Se invece i prezzi dell’energia tornassero rapidamente alla normalità, l’inflazione potrebbe scendere sotto il 2% già nel 2027 e restarci anche nel 2028.

È una forbice enorme.

E proprio per questo la Bce non può permettersi di dichiarare chiusa la stagione dei rialzi.

Il messaggio della riunione, insomma, è meno accomodante di quanto possa suggerire il linguaggio prudente di Lagarde.

Il ciclo di strette non è destinato necessariamente a proseguire in automatico, ma considerarlo concluso sarebbe prematuro.

Rispetto all’estate, il baricentro del rischio si è spostato: la crescita non è più il principale vincolo all’azione della Bce, mentre la persistenza dell’inflazione è diventata il problema da tenere sotto osservazione.

E dalla sala riunioni di Francoforte la stretta arriva inevitabilmente fino ai bilanci delle famiglie.

A cominciare dai mutui.

Chi ha scelto un finanziamento a tasso fisso non vedrà cambiare la rata: il rialzo dei tassi non modifica le condizioni stabilite al momento della sottoscrizione.

Diverso il discorso per chi ha un mutuo a tasso variabile, perché l’aumento del costo del denaro tende a riflettersi sull’Euribor e quindi, con tempi diversi, sulla rata mensile.

Secondo le stime riportate dagli esperti, su un mutuo da 100 mila euro della durata di 20 anni l’incremento può arrivare a circa 15 euro al mese.

Per una durata di 30 anni si sale a circa 18 euro.

Su un finanziamento da 150 mila euro, sempre trentennale, l’aumento può arrivare a circa 27 euro al mese.

Le cifre cambiano in funzione dell’importo e della durata.

Per un mutuo da 200 mila euro, la differenza mensile può variare da circa 141,55 euro su dieci anni a 170,16 euro su trent’anni, secondo le simulazioni fornite nel materiale.

Per un finanziamento da 150 mila euro, MutuiSupermarket stima invece un costo aggiuntivo di circa 232 euro l’anno su trent’anni per effetto del rialzo dello 0,25%.

Il Codacons indica un ordine di grandezza analogo e invita però ad attendere le prossime settimane per valutare la risposta effettiva del mercato.

Per un mutuo variabile compreso fra 125 mila e 150 mila euro, con durata di 25 anni, la maggiore rata potrebbe collocarsi fra 15 e 25 euro al mese.

Intanto il credito immobiliare continua a muoversi: secondo la Fabi, i mutui sono aumentati di 9,16 miliardi di euro da dicembre 2025, pari al 2,1%.

Un segnale che rende ancora più sensibile il tema del costo del denaro per le famiglie italiane.

La seconda stretta del 2026, dunque, non è soltanto una cifra nei comunicati della Bce.

È una rata che può salire, un finanziamento che diventa più caro, una decisione di acquisto che può essere rinviata.

E soprattutto è il promemoria che la partita sui tassi resta aperta.

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