Alla ripartenza dell’Italia serve uno scatto culturale. Il “caso” emblematico dei rifiuti.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Si suol dire “gettare il cuore oltre l’ostacolo” ad intendere la volontà di un gesto coraggioso che superi delle barriere – fisiche o mentali – per generare qualcosa di nuovo, una trasformazione, un cambiamento.

È una metafora potente, che significa separarsi dalle proprie convinzioni, credenze, ideologie stratificate e statiche, per intraprendere un rinnovamento, mettersi in discussione, superare i propri limiti, innescando il movimento – antitesi della fissità – che genera crescita, maturazione, progresso. 

Oggi il Paese ha bisogno di ingranare la marcia, innescare il movimento, muovere un apparato statico, trascinarlo verso il cambiamento, perché solo il cambiamento crea progresso, scientifico, culturale, sociale. E solo il progresso genera benessere diffuso.

C’è urgenza di innescare questo movimento: c’è una parte di Italia che rischia un peggioramento delle proprie condizioni economiche e sociali; il Paese non può permettersi tempi lenti, a maggior ragione non può permettersi staticità.

Ci sono alcuni ostacoli al cambiamento, nella nostra società, nel nostro tessuto politico. Ci sono alcuni muri, alcune barriere, che faticano ad essere superate. Non c’è sempre la volontà di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Eppure ce n’è un bisogno disperato. Gli esempi sarebbero diversi, ma voglio concentrarmi su uno in particolare: il tema dei rifiuti e di quanto sia difficile far comprendere ad una parte della società, quella che nutre dubbi, sospetti e preconcetti, quanto i rifiuti possano essere strategici per un’economia del futuro, decarbonizzata e circolare.

La transizione energetica di cui non si fa che parlare, che in questo momento è premessa di qualsivoglia programma politico, norma, provvedimento, fondo, progetto, campagna, è qualcosa che ha a che fare con la sostituzione delle fonti fossili (il petrolio e i suoi derivati e il gas naturale) con sostanze energetiche che possano servire agli stessi scopi ma che provengano da fonti naturali (sole, vento etc) o dal recupero di materiali già esistenti, che ingabbiano già quelle sostanze che oggi le tecnologie della chimica verde ci consentono di estrarre, purificare, reimpiegare.

Parliamo dei rifiuti. Quelli plastici, per esempio, problema al centro dell’attenzione planetaria nel periodo pre-Covid e oggi aggravato proprio dall’esplosione dell’impiego dei presidi sanitari per la protezione e la sanificazione, contengono idrogeno e carbonio, sostanze basilari preziose per la nostra economia. Oggi, oltre al riciclo tradizionale che consente di produrre nuovi materiali dai rifiuti plastici, esistono tecnologie di riciclo chimico che consentono di recuperare il carbonio e l’idrogeno contenuti in questi rifiuti e riutilizzarli, convertendoli in un gas sintetico o ancora in nuovo idrogeno o altre sostanze chimiche,  risparmiando materie prime, non impiegando nuove fonti fossili.

Queste sostanze possono essere utilizzate nei processi industriali al posto di quelle tradizionali che derivano dal petrolio,  riducendo la CO2 immessa in atmosfera, contribuendo alla decarbonizzazione, per contrastare i cambiamenti climatici. Utilizzando rifiuti per una chimica “verde”, invece di smaltirli, si risparmia suolo, evitando le discariche e si riduce l’uso di incenerimento evitando emissioni inquinanti. Si fa cioè quello che si dice: si ingenera un’economia circolare.

Oggi i rifiuti possono essere preziose fonti di carburanti circolari, di prodotti chimici che le nostre industrie importano dall’estero. 

Rifiuti utili, il petrolio del terzo millennio. 

Dov’è l’ostacolo? La cultura che vede i rifiuti come qualcosa di brutto, sporco, cattivo, quand’anche velenoso. Quella cultura che non accetta fino in fondo che il progresso possa passare dal loro riciclo, fisico, chimico e continua a nutrire dei dubbi che rallentano di fatto la realizzazione concreta di un’economia circolare.

Quella stessa cultura preferisce vedere i rifiuti  caricati su camion e treni e spediti all’estero; pazienza le emissioni in più di CO2 e inquinanti derivanti dai trasporti; pazienza se offriamo risorse ad altri Paesi invece di tenercele per noi; pazienza se questo turismo dei rifiuti all’interno e all’esterno del Paese ha un costo, nemmeno basso, con punte oltre i 200 euro a tonnellata per lo smaltimento; pazienza se continuando a considerare i rifiuti qualcosa di cui disfarsi il più possibile lontano si favoriscono gli abbandoni, le migliaia di tonnellate ancora smaltite in discarica (anche se una direttiva europea ne pianifica la chiusura) o negli inceneritori. 

Quella stessa cultura non vede di buon occhio progetti industriali che investano sui rifiuti, anche se i benefici ambientali sono evidenti. Non crede che con l’economia circolare che passa dal trattamento e riciclo dei rifiuti si possano risanare, riqualificare e rilanciare siti industriali in chiave green, creando anche nuova occupazione e indotto, e non pensa sia necessario agevolarlo, questo processo.

Questo è un ostacolo gigantesco, che occorre superare con tutta la determinazione che è possibile a un Paese che è potenza industriale mondiale, campione di economia circolare in Europa, che ha dato i natali al più importante Nobel della chimica e che ha le carte in regola per porsi come riferimento, in Europa e nel mondo, sulle tecnologie per la transizione energetica.

Una transizione energetica che non può essere fatta solo di produzione di rinnovabili, ma che deve disegnare una strategia e un piano di azione anche sulla riconversione dei processi industriali, intrecciandola con l’economia circolare.

Poniamoci in modo nuovo di fronte a questo tema: l’Italia e gli italiani ne hanno bisogno, ci sono investimenti possibili, che significano posti di lavoro, un futuro per molti giovani, opportunità per imprese dei territori. Molti imprenditori come me hanno ormai chiara la “responsabilità” di far cambiare paradigma economico e sociale al Paese; da parte del Gruppo che presiedo c’è la disponibilità a investire su progetti innovativi che generino ripresa, opportunità green, occupazione e nuove competenze.

Buttiamo il cuore oltre l’ostacolo.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.