“Morte e disperazione, ma anche il rischio di nuovi gravi shock energetici e pesantissime ripercussioni economiche”.
Le previsioni di fanno i conti con la guerra in Medio Oriente, che porta a ridurre allo 0,3% le prospettive di crescita dell’economia italiana nel 2026 e allo 0,4% nel 2027, nello scenario peggiore.
In assenza del conflitto l’aumento del Pil sarebbe stato tre volte superiore quest’anno, intorno all’1%.
L’inflazione potrebbe raggiungere il 6% a dicembre, per poi rientrare.
Per le famiglie italiane la perdita, in termini di potere d’acquisto e consumi reali, potrebbe avvicinarsi ai mille euro in due anni, 963 euro, per l’esattezza, se le quotazioni del petrolio restassero sui 100 dollari fino a febbraio 2027.
Anche nell’ipotesi di un conflitto breve, ci sarebbe comunque un impatto negativo, di 434 euro a famiglia rispetto a sé non ci fosse stata la guerra. In questo caso, le previsioni per il Pil sarebbero di una crescita dello 0,6% nel 2026 e dello 0,7% nel 2027.
“Le crisi internazionali aggravano i nostri problemi. C’è bisogno di una nuova capacità di reazione”, ha affermato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, aprendo i lavori del 25esimo Forum della Confederazione.
È il primo evento ufficiale dopo il rebranding che ha portato a un nuovo logo e alla nuova denominazione Confcom.
Senza interventi strutturali su fisco, lavoro, competenze e qualità della contrattazione, il rischio – secondo l’ufficio studi – è quello di un nuovo decennio di stagnazione, con effetti permanenti su crescita, occupazione e coesione sociale.
Il primo dei problemi sono le tasse: l’Italia è definita una «fiscocrazia» con la pressione fiscale salita dal 25,3% degli anni Sessanta al 42,2%, mentre la crescita è crollata fino ad azzerarsi nell’ultimo ventennio.
Intanto distorsioni del sistema come i contratti pirata sottraggono risorse all’erario, oltre a danneggiare lavoratori e imprese.
Solo nel terziario sono 154 mila su 6,4 milioni i lavoratori che subiscono il dumping contrattuale: hanno contratti meno tutelanti con retribuzioni inferiori fino a 8 mila euro all’anno rispetto ai contratti più rappresentativi e nessun welfare.
Per le finanze pubbliche questo porta a un mancato gettito di circa 560 milioni.
Nei giorni scorsi il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha annunciato che il governo intende affrontare il tema in un nuovo decreto primo maggio introducendo il principio dei «contratti equivalenti» a quelli più rappresentativi.
“Abbiamo registrato un maggior interesse del governo a dare giustamente una risposta al lavoro povero. Perché si è finalmente compreso che il fenomeno del dumping è una vera piaga sociale”, ha osservato Sangalli, chiedendo all’esecutivo un “confronto urgente” e non “interventi unilaterali, calati dall’alto”.
“La nostra parte”, ha rivendicato, “la stiamo facendo” lavorando con i sindacati e le altre organizzazioni di imprese per rinnovare i modelli contrattuali, entro l’estate.








