A Francoforte i falchi hanno ripreso a battere le ali. In vista della riunione della Banca Centrale Europea dell’11 giugno, dentro il palazzo dell’euro si sente di nuovo il rumore metallico della stretta monetaria con i tassi che salgono. E stavolta non sono indiscrezioni da corridoio o mezze frasi sussurrate davanti a un caffè senza zucchero. No. Stavolta i falchi parlano apertamente.
A guidare la carica è Isabel Schnabel, tedesca, espressione della Bundesbank, economista austera e candidata naturale al ruolo di custode dell’ortodossia monetaria europea. Infatti non gira intorno alla questione. Perché, spiega, la guerra in Iran e il nuovo shock energetico stanno facendo saltare tutti gli schemi costruiti nei mesi scorsi dalla Bce. Il petrolio corre, il gas segue, le imprese scaricano i rincari sui prezzi finali e l’inflazione ricomincia a mordere. Una dinamica che non verrà fermata nemmeno dalla riapertura di Hormuz.
“Considerata l’entità e la persistenza dello shock attuale, ignorarlo non è più un’opzione,” ha detto in un’intervista alla Reuters. “Dalla prospettiva odierna, penso che un rialzo dei tassi a giugno sarà necessario.” Parole pesanti. Soprattutto perché arrivano mentre il mercato ancora sperava in una Bce prudente intenta a osservare i dati con calma.
Invece no. Secondo Schnabel il problema non è soltanto il livello dei prezzi energetici, ma la loro durata. Il conflitto mediorientale, insomma, non è più percepito come una fiammata temporanea.
“Siamo ormai andati oltre lo scenario avverso che presumeva una rapida normalizzazione dei prezzi del petrolio,” ha spiegato. E pure se la guerra finisse domani mattina, secondo la banchiera tedesca il danno sarebbe fatto.
“Anche se la guerra finisse oggi, molti danni sono già stati fatti alle infrastrutture energetiche e alle catene di approvvigionamento globali.
Quindi, concludo, anche in quel caso credo che sarebbe necessaria una reazione di politica monetaria.”
Il punto centrale è che l’inflazione non resta più confinata alla benzina o alle bollette. Si sta allargando come una macchia d’olio su tutta l’economia europea. Schnabel lo dice senza usare anestetici lessicali:
“Stiamo assistendo a segnali sempre più evidenti che lo shock si sta ripercuotendo su altre componenti del paniere dei consumi.” Insomma, aumenterà tutto. O quasi. Le indagini della Commissione europea mostrano infatti un numero crescente di imprese pronte a ritoccare i listini. Gli indici Pmi che anticipano le tendenze di fondo dell’economia segnalano accelerazioni nei prezzi alla produzione.
E soprattutto iniziano a muoversi le aspettative dei consumatori, che per una banca centrale rappresentano più o meno quello che il fumo rappresenta per i vigili del fuoco: il segnale che l’incendio potrebbe diventare serio. Schnabel avverte che nel Consumer Expectations Survey della Bce si osserva:
“…uno spostamento verso destra nella distribuzione delle aspettative di inflazione.” Formula elegantissima per dire che famiglie e imprese iniziano a convincersi che i prezzi continueranno a salire. E quando questa idea entra nella testa di milioni di persone, fermarla diventa complicato.
Poi c’è il tema salari. Altro nervo scoperto.
“Se aspettiamo che gli effetti di secondo ordine si manifestino nei dati concreti sui salari, sarà sicuramente troppo tardi,” avverte Schnabel. Insomma: meglio alzare i tassi prima che parta la rincorsa generale tra stipendi e prezzi.
E mentre i falchi tedeschi lucidano gli artigli, anche il capo economista della Bce, Philip Lane, evita accuratamente di spegnere gli entusiasmi restrittivi. Anzi. Pur mantenendo il classico linguaggio felpato dei banchieri centrali – quelli che riescono a parlare mezz’ora senza sbilanciarsi di un millimetro – Lane lascia chiaramente aperta la porta a una stretta.
“La determinazione dei tassi di interesse futuri da parte del mercato è molto sensibile al prezzo del petrolio.
Si muovono di pari passo senza bisogno di alcun segnale esplicito da parte nostra.
Reagiscono allo stesso shock che reagiamo noi,” ha spiegato al Nikkei. Poi arriva il passaggio chiave. Quello che nei mercati viene letto col traduttore simultaneo falco-colomba.
“In un mondo di incertezza non ci impegniamo in anticipo,” dice Lane. Però subito dopo disegna tre scenari.
“Primo, se lo shock dell’offerta energetica è di piccola entità e temporaneo, possiamo ignorarlo.
Secondo, se è persistente ma di media entità, potrebbe essere opportuna una risposta sui tassi di interesse, ma sarebbe limitata e non corrisponderebbe a un ciclo completo di inasprimento monetario.
Terzo, se lo shock diventa ampio e si allarga in modo non lineare, allora sarebbe necessaria una risposta di politica monetaria più incisiva.” Detta fuori dal linguaggio delle banche centrali: se petrolio e guerra continuano a correre, la Bce alzerà i tassi. E forse più di una volta. Lane infatti aggiunge:
“Stiamo attualmente valutando l’entità dello shock.
Più a lungo si protrae il conflitto, meno probabile diventa lo scenario più favorevole, ovvero un aumento temporaneo dei prezzi dell’energia.
I prezzi del petrolio probabilmente rimarranno elevati più a lungo rispetto alle nostre previsioni di marzo.”








