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Vecchio Amaro del Capo: 2024 di contenimento, in linea col mercato | L’intervista a Nuccio Caffo (Ad del gruppo) su Milano Finanza

È dal promontorio di Capo Vaticano che prende il via la saga della famiglia Caffo, produttrice del Vecchio Amaro del Capo.

Una storia intonata in dialetto siciliano ma oggi conosciuta in tutte le lingue del mondo.

Nuccio Caffo, ad del gruppo, classe 1975, racconta in un’intervista a MF-Milano Finanza passato, presente e futuro dell’azienda.

Una storia opposta e speculare a quella dei Florio, immortalati da una recente saga letteraria: partiti da Bagnara Calabra per approdare a Palermo, loro, emigrati dalle falde dell’Etna al Vibonese, voi.

Vi si potrebbe quasi chiamare i ‘Leoni di Calabria’.

“Le vicende sono sovrapponibili solo in parte. Quando i Florio sono andati in Sicilia, hanno iniziato con la spezieria ma poi hanno diversificato molto, dal commerciato lo zolfo ad altro tra cui la produzione del Marsala. La nostra è una storia più alcolica”.

Il vostro successo parte da Tropea e Capo Vaticano per diffondersi prima in tutta Italia e poi nel mondo. Oggi il Vecchio Amaro del Capo è esportato in oltre 70 Paesi ed è l’amaro preferito dagli italiani con una quota di mercato del 38%.

“In realtà nasciamo come distilleria di alcol: producevamo la materia prima per chi faceva liquori e brandy. I liquori arrivano con il Boom economico: negli anni ‘50 il nostro primo prodotto di successo, importato dalla Sicilia, fu l’anice, diffuso anche in Calabria. Nel decennio successivo, su intuizione di mio padre Pippo, nacque il Vecchio Amaro del Capo (che oggi copre il 70% del fatturato del gruppo, ndr)”.

Ampliando lo sguardo al mercato globale, nell’ultimo biennio gli spirits hanno registrato un rallentamento. Per voi, però, i numeri raccontano un’altra storia: nel 2023 100milioni di crescita in più sul 2022, marginalità stabile ed Ebitda al 20% del fatturato. Qual è il vostro ingrediente segreto?

“L’ingrediente segreto è agire correttamente al momento giusto. Quando si è iniziato a parlare di guerra in Ucraina e inflazione, abbiamo deciso da subito di adeguare i listini per non far soffrire la marginalità dell’azienda pur sapendo che avremmo messo a rischio i volumi. Allo stesso tempo abbiamo scelto di non tagliare i costi pubblicitari, continuando a spingere sul prodotto di punta: in pandemia abbiamo toccato il picco massimo dei volumi – circa 12 milioni di bottiglie – mantenendo a valore con un minimo calo di volume che però il riposizionamento di prezzo operato contestualmente ha coperto sul piano del fatturato. Abbiamo fatto le mosse corrette per superare i momenti più duri, e i risultati ci hanno premiato: il 2023 si è chiuso in linea come fatturato e in salita come ebitda”.

Per il 2024 che cosa vi aspettate?

“I dati del settore parlano di un lieve calo delle bevande alcoliche in Italia in tutti i canali di distribuzione. A livello di grande distribuzione, gli amari sono quelli che reggono di più: -2,3% tendenziale a valore e -3,3% a volume. Il whisky perde il doppio, il brandy è un disastro, le grappe vanno male.

Ci aspettiamo un 2024 di contenimento in linea col mercato, e nel 2025 siamo pronti a ripartire con i nuovi prodotti ready to serve che stiamo lanciando in queste settimane”.

La Germania, uno dei vostri mercati principali, sta registrando un forte rallentamento: temete contraccolpi per il business?

“La Germania è il principale mercato europeo per tutti gli amari. Anche se noi siamo partiti più tardi di altri grandi marchi italiani – e quindi abbiamo numeri più piccoli – siamo in controtendenza: a differenza degli altri che stanno soffrendo, noi cresciamo su un mercato in calo”.

I mercati esteri a cui guardate in prospettiva?

“I Paesi più alto-spendenti, soprattutto gli Usa dove abbiamo già una filiale diretta e dove investiremo ancora di più. E anche il Canada, dove siamo presenti nei monopoli di Stato. In Sud America l’ultimo ordine di inserimento è arrivato pochi giorni fa dall’Ecuador, ma siamo presenti un po’ ovunque.

La Gen Z si sta connotando come una ‘generazione analcolica’: avete in mente qualcosa per questa fetta di mercato?

“Posso dirle la verità? Son prodotti che fanno più male dell’alcol perché sono carichi di antifermentativi e conservanti. Non essendo prodotti monodose, per essere conservati devono contenere conservanti, mentre l’alcol è un conservante naturale.

Gli analcolici, che sicuramente sono un mercato in crescita, interessano soprattutto chi prima non beveva affatto: non sono come la sigaretta elettronica che si fuma per provare a smettere.

Uno degli ostacoli all’impresa in Calabria è l’arretratezza delle reti di trasporto. Con il Pnrr la situazione potrebbe finalmente cambiare. Che appello lancia al governo?

“Se questi soldi vogliamo farli arrivare davvero a destinazione, vanno spesi per creare infrastrutture a beneficio di tutti: fare una strada in più che duri nel tempo significa aver speso bene.

Distribuire i soldi a pioggia non ha portato risultati. Nello specifico, sul credito d’imposta Zes sono favorevole alla misura, ma va declinata come venne fatto la prima volta vent’anni fa: oggi la burocrazia è tanta, i tempi stretti e gli incentivi per chi investe molto bassi.

Ripristiniamo gli investimenti triennali, mettiamo un plafond e, piuttosto, torniamo all’odioso click day: così pensata, la legge non ha senso”.

L’anno prossimo la Ditta Caffo spegnerà 110 candeline: cosa avete in programma?

“Stiamo lavorando a un libro, come avevamo fatto per il centenario. Un libro che racconti le acquisizioni degli ultimi dieci anni, da Petrus a Bisleri passando per Mangilli, storie antiche del nostro settore che abbiamo recuperato rivitalizzandole. Il resto lo vedremo strada facendo”

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