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Sergio Tamborini (presidente Sistema Moda Italia): «I negozi senza merce. Ecco gli aumenti che mettono in ginocchio il settore moda»

La crisi energetica legata al conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina comincia ad avere ricadute sull’economia italiana, in particolare sul comparto della moda italiana. «Ci sono negozi che non vendono e chi non ha spedito la merce. Se questa condizione permarrà nel lungo periodo ci misureremo con effetti significativi» spiega il presidente di Smi-Sistema Moda Italia, Sergio Tamborini. Con la guerra ancora in corso, osserva Tamborini «fare una stima dei danni definitiva è estremamente difficile». In compenso, argomenta, «sappiamo che il mercato russo e ucraino nel tessile e abbigliamento italiano vale in media circa il 3,5%».

In Italia, «ci sono delle aree geografiche che soffrono più di altre e hanno un’esposizione particolarmente rilevante» spiega Tamborini. «Il Veneto, ad esempio, è un forte esportatore di abbigliamento in Russia mentre le Marche lo sono con le calzature, con fatturati magari del 50-60% verso quei mercati. Inoltre, va considerato che in termini di viaggi-spesa stanno mancando i consumatori russi, oltre a quelli cinesi».

A determinare insicurezza sulla filiera sono anche le tensioni legate al caro energia. «Certe lavorazioni fluttuano in modo particolarmente rilevante, soprattutto il monte della filiera tessile» sottolinea Tamborini «come le filature o le tessiture, che hanno difficoltà a quotare i prezzi. O trasferiscono questi aumenti a valle con immediatezza o rischiano la chiusura. Al momento conviene tenere fermi gli impianti e questo è un problema».

Una situazione che potrebbe verificarsi è anche la mancanza di prodotti per eseguire la lavorazione. «Siamo a rischio sui prodotti di base nella chimica tessile che potrebbero venire a mancare perché il mercato di approvvigionamento principale è quello russo» evidenzia Tamborini. «Sono problemi che potrebbero manifestarsi, bisogna cercare fonti alternative magari più complesse e costose». Sulla filiera a monte, in particolare, il rincaro di energia potrebbe avere come conseguenza la necessità di aumentare i listini del 20 o del 30%, avverte Tamborini.

«Significa che su un abito del prodotto finito non è scandaloso pensare a un 10% di incremento di costo del tessuto» afferma. «Uno o due mesi di scorte di magazzino ancora ci sono ma attivare filiere alternative non è così immediato, con costi che cambieranno». A gravare, in questo caso, potrebbe essere anche il costo del trasporto e della logistica. «Un treno merci dalla Russia impiegava 2-3 giorni mentre una nave da Singapore o dalla Malesia impiega un mese e mezzo e costa di più».

Una «forte preoccupazione» riguarda poi il tema delocalizzazione. «La concentrazione delle aziende di settore italiane che delocalizzano in Ucraina non è altissima» spiega Tamborini. «Gli italiani sono presenti in Moldavia e Romania. La Romania non credo debba essere oggetto di preoccupazione mentre la Moldavia è più vicina alle condizioni del conflitto».

Sul fronte misure di sostegno, l’11 marzo scorso Sistema Moda Italia e Assocalzaturifici, insieme ai sindacati nazionali di categoria Femca-Cisl, Filctem-Cgil e Uiltec-Uil hanno chiesto un incontro urgente al ministro del Lavoro, Andrea Orlando, perché vengano assunti provvedimenti immediati in favore delle aziende che subiscono gli effetti diretti e indiretti del conflitto in atto. «Mi pare di capire, però, che si vada verso la concessione di una cassa integrazione che non sarà come quella del Covid gratuito, mettendo a riparto integralmente catena e aziende» dice Tamborini. «Con la pandemia siamo ripartiti dopo due mesi, qui ci sono rischi maggiori».

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