La classe dirigente del Paese si confronta sulla Ripartenza - Rivedi i nostri Talk

Sud: negli ultimi 25 anni progressivo calo del Pil, si ampliano i gap tra le diverse aree dell’Italia

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

La riduzione degli occupati (-1,6 milioni, per lo più giovani) e i deficit di lungo corso (eccesso di burocrazia, illegalità diffusa, carenze infrastrutturali e minore qualità del capitale umano, etc.) hanno determinato un continuo e progressivo calo del Pil nel Sud Italia, ampliando ulteriormente i divari con le altre aree del Paese.

Si è trattato di un processo di deterioramento che dura almeno 25 anni: tra il 1995 e il 2020, infatti, il peso percentuale della ricchezza prodotta da quest’area sul totale Italia si è ridotto passando da poco più del 24% al 22%, mentre il Pil pro capite è sempre rimasto intorno alla metà di quello del Nord e nel 2020 è risultato pari a 18.200 euro contro 34.300 euro nel Nord-Ovest e 32.900 euro nel Nord-Est.

Tuttavia, nel 2020, l’impatto della crisi da Covid-19 al Sud è stato più contenuto rispetto alle altre aree del Paese che hanno patito maggiormente il blocco delle attività produttive durante la pandemia (Pil -8,4% contro il -9,1% al Nord rispetto al 2019); ma la fragilità dell’economia meridionale emerge anche dalle dinamiche del mercato del lavoro che, tra il 1995 e il 2019, ha registrato una crescita dell’occupazione 4 volte inferiore alla media nazionale (4,1% contro il 16,4%), con distanze ancora maggiori rispetto alle regioni del Centro e del Nord.

Nemmeno la particolare vocazione turistica delle regioni meridionali sembrerebbe essere di aiuto a spingere l’economia di quest’area, visto che, anche rispetto a un anno “normale” come il 2019, i consumi dei turisti stranieri al Sud sono risultati molto inferiori di quanto speso nelle regioni del Centro e del Nord-Est. Questi i principali elementi che emergono da un’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio su economia e occupazione al Sud dal 1995 ad oggi.

Progressivo il calo di peso del prodotto lordo del Sud: in poco più di venti anni è passato da oltre il 24% al 22%. Le ragioni sono molteplici, ma le principali sono due: la decrescente produttività totale dei fattori, conseguenza dei gap di contesto che affliggono le economie delle regioni meridionali in particolare, e la riduzione degli occupati, conseguenza della riduzione della popolazione residente.

Sul tema della produttività vale la pena di limitarsi alle diverse e recenti evidenze empiriche che identificano nella burocrazia, nella micro-illegalità diffusa, nell’accessibilità insufficiente e nella comparativamente minore qualità del capitale umano, le spiegazioni di un fenomeno strutturale che comprime il prodotto pro capite in modo permanente. Se nel Sud questi difetti fossero ridotti in modo tale da portarne le dotazioni ai livelli osservati nelle migliori regioni italiane, il prodotto lordo meridionale crescerebbe di oltre il 20% alla fine dell’aggiustamento di lungo periodo, rispetto a uno scenario senza interventi. Emerge un acuirsi dei divari, almeno a partire dalla crisi del 2008: il rapporto tra prodotto pro capite reale di un abitante del Sud rispetto a quello di un abitante del Nord-ovest scende da 0,55 (55%) a 0,53.

Non si può invocare, a parziale correzione di queste evidenze, un differente livello dei prezzi tra regioni. A queste differenze si contrapporrebbero, con effetto dominante, le difficoltà di accesso e fruizione di molti servizi pubblici di base. In generale, la tendenza delle politiche per il riequilibrio territoriale dovrebbe, a nostro avviso, passare da un piano di riduzione dei difetti strutturali del Mezzogiorno: controllo del territorio e contrasto alla micro-illegalità, digitalizzazione e innovazione nel rapporto burocratico tra cittadini e controparte istituzionale, investimento nell’istruzione di ogni ordine e grado, con ampio intervento su formazione e trasformazione continua delle abilità e delle competenze e, soprattutto, riduzione dei gap infrastrutturali di accessibilità – dai trasporti alla banda larga – che non permettono un’adeguata connessione socio-produttiva del Sud col resto del Paese e, soprattutto, con l’Europa.

La riduzione di questi deficit aumenterebbe il livello e la dinamica del prodotto potenziale del Meridione, sviluppandone ricchezza e opportunità di investimento, anche provenienti dall’estero.

La questione dell’occupazione, collegata alla popolazione residente, è altrettanto importante. Non deve sfuggire, in ogni caso, che il tema della produttività, quello delle condizioni economiche e sociali di vita e, infine, quello della scelta di risiedere o piuttosto di emigrare, sono strettamente collegati. Analizzando la dimensione quantitativa del problema della perdita di popolazione, soprattutto giovane, che sottende quello dell’occupazione, si ha la conferma della riduzione del peso del Sud in termini di popolazione (dal 36,3% al 33,8%).

Ben più grave è la questione della popolazione giovane. L’Italia nel complesso perde 1,4 milioni di giovani nel periodo considerato: da poco più di 11 milioni a poco meno di 10 milioni. Tutta questa perdita è dovuta ai giovani meridionali. Mentre nelle altre ripartizioni il livello assoluto e anche la quota di giovani rispetto alla popolazione di qualsiasi età restano più o meno costanti, nel Mezzogiorno si registra un crollo: rispetto al 1995, mancano nel Sud oltre 1,6 milioni di giovani.

In queste condizioni ed estrapolando questi trend, anche l’eventuale e improbabile rapida risoluzione del problema della produttività potrebbe risultare insufficiente a migliorare il processo di costruzione di benessere economico e sociale del nostro Mezzogiorno, almeno in termini aggregati. La prima fonte della crescita ha radici nella dinamica della demografia. Le condizioni e le prospettive di vita e di lavoro del nostro Sud disincentivano le scelte delle donne in termini di partecipazione al mercato del lavoro, ne riducono le scelte di maternità, incoraggiano sistematicamente l’emigrazione dei giovani meridionali verso altre regioni.

La popolazione italiana complessiva è in riduzione dal 2015, proseguendo il suo calo anche nel 2020. Queste dinamiche, come si intuisce, sono completamente ed esclusivamente determinate dalla demografia del Mezzogiorno. Le prospettive non sono certo di miglioramento. Sul piano dei flussi interni, mentre fino agli anni ‘90 l’emigrazione da Sud a Nord allargava la base produttiva delle regioni italiane più ricche e produttive, oggi dal Nord stesso si emigra verso altri Paesi.

L’investimento in istruzione sui giovani italiani, piccolo o grande che sia, contribuisce prospetticamente a incrementare il PIL di altre nazioni. L’impatto negativo di questi fattori è evidente nella configurazione dei principali elementi del mercato del lavoro. Al di là del più elevato tasso di disoccupazione del Mezzogiorno e dei più bassi tassi di partecipazione, soprattutto femminile, al mercato del lavoro, emerge tutta la fragilità dell’economia delle regioni del Sud semplicemente dalla lettura della variazione degli occupati totali: a fronte di una crescita del 16,4% delle unità standard di lavoro per l’Italia, nei quasi cinque lustri considerati, l’occupazione del Sud cresce di poco più di quattro punti. 

È inesorabilmente stretta la correlazione con le dinamiche demografiche, il che ha delle implicazioni molto rilevanti in termini di politiche. Incentivi all’occupazione meridionale, decontribuzioni e regimi di favore avranno progressivamente minore efficacia a fronte di un bacino di occupati potenziali che si restringe per cause più profonde di demografia e di contesto sociale e produttivo. Tutto quanto fin qui detto è causa e conseguenza al contempo del declino del Sud, nonostante la presenza di forze vitali che chiedono solo condizioni adeguate di attivazione. Le radici del declino hanno natura strutturale e origini lontane nel tempo.

Prima della crisi economico-finanziaria della seconda parte degli anni duemila, il Sud cresceva a scartamento ridotto rispetto al resto del Paese, palesando, secondo la metrica della variazione del PIL reale, uno scarto di tre decimi di punto annui rispetto alla media Italia nel periodo 1996-2007 (1,2% contro 1,5% del totale Italia). Questo scarto raddoppia, a sfavore del Sud, nel periodo 2008-2019, passando a sei decimi di punto (-0,9% contro una riduzione media dello 0,3% all’anno). Nel 2020, sulla base della stima preliminare dell’Istat, la crisi ha colpito meno il Sud rispetto al Centro-Nord che ha subito in misura più rilevante il blocco delle attività produttive durante la pandemia.

Per saperne di più:

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.