E’ necessario individuare strumenti economici “attivi” a sostegno della competitività delle imprese, piuttosto che insistere su una liquidità legata ad un debito che finanzia la semplice sussistenza delle aziende e che quindi con il tempo diventa “tossica”.
E’ quanto sostiene Alessandro Ermolli in un’intervista al Sole 24 Ore di qualche giorno fa. La sua proposta è quella di convertire una quota dei salari dei dipendenti in buoni spesa (voucher) spendibili per l’acquisto di beni di prima necessità (alimenti, bollette, trasporti) o per beni o servizi per i quali si ritiene utile una particolare incentivazione (abbigliamento, vacanze, libri, aggiornamento professionale).
La conversione di parte dei salari in voucher porterebbe vantaggi a tutti gli attori in causa.
Le imprese godrebbero della defiscalizzazione dei buoni spesa, senza averne alcun onere previdenziale e con una riduzione del costo del personale ad impatto diretto sui bilanci che permetterebbe di ristabilire rapidamente i livelli di produttività, senza ricorrere a strumenti di mobilità e Cig.
I liberi professionisti e le partite IVA potrebbero acquistare voucher per una percentuale del proprio giro d’affari deducendone il relativo costo dai ricavi, esattamente come accade oggi per le spese di rappresentanza.
I lavoratori trarrebbero vantaggio dalla defiscalizzazione dei voucher senza perdere potere d’acquisto, anzi condividendo una porzione del cuneo fiscale.
Gli esercenti vedrebbero incrementare il loro giro d’affari grazie al rapido impatto espansivo dei voucher sui consumi; inoltre, in quanto a loro volta imprese, potrebbero usufruirne per pagare una porzione del salario ai propri dipendenti.
Lo strumento dei voucher, infine, è sicuro perché si inserisce in un piano normativo esistente e già collaudato e, grazie alla tracciabilità soprattutto nella sua forma elettronica attraverso una carta o ancora meglio una app dedicata, consente di contrastare l’evasione fiscale.








