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Stefano Versari, Direttore Ufficio Scolastico Regionale Emilia Romagna: «Investiamo sull’Università per formare in breve tempo nuovi docenti per le scuole»

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L’ing. Stefano Versari, Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Emilia Romagna, è intervenuto all’evento tenutosi a Bologna organizzato dal nostro Osservatorio Riparte l’Italia, ed ha partecipato al panel dal titolo “Come cambiano scuola e università dopo la pandemia”. Vi riportiamo di seguito il suo intervento integrale.

«Dopo l’esperienza del Covid, direi che possiamo trarre degli insegnamenti da alcuni elementi.

Il primo elemento che abbiamo imparato con il Covid è il fattore rischio. Il rischio sappiamo essere sostanzialmente la probabilità che avvenga una situazione moltiplicata per il danno. Credo che possiamo tradurla per il futuro in termini di rischio educativo e cioè qual è la probabilità che noi perdiamo gli studenti, che noi non riusciamo a farli realizzare nelle competenze loro possibili e qual è il danno che ne consegue per loro e per la comunità? Cominciare a ragionare in termini di rischio educativo, non come un rischio che è azzerabile, perché non è azzerabile altrimenti non è un rischio, ma c’è, e ci chiede di ragionare non sul nero e sul bianco, quindi sulla logica booleana, sullo zero e sull’uno, ma cominciare a ragionare sostanzialmente della progressione tra lo zero e l’uno.

La cosa che ha più fatto male alla scuola, a chi fa scuola e a chi ha cercato di tenere in piedi la scuola in questo tempo è stata la censura durissima da parte dei mass media su qualsiasi cosa si facesse, come se ci fosse uno zero e un uno, o va o non va, o va bene o va male. Purtroppo, o per fortuna, nella vita non è che va tutto bene e va tutto male, c’è una quota di rischio, ci si può azzeccare o ci si può sbagliare. Quindi la scuola ha fatto, ha fatto moltissimo, sicuramente si è sbagliato.

Di improperi ne ricevo in quantità industriale e quello che mi si dice spesso è perché non vi siete preparati prima. Semplicemente per il piccolo particolare che noi dovevamo capire dalla sanità che cosa fare e la sanità doveva capire che cosa fare perché nessuno questo rischio dato dal Covid lo conosceva quindi si è dovuto capire prima che cosa provare a fare per intervenire e poi si è cercato da luglio in poi, che non c’è molto, di realizzare le indicazioni che sono venute.

Al di là degli aspetti di sistema, interni al sistema scolastico, credo che sia un problema di comunità e un problema di paese. Non riusciremo mai a migliorare un sistema complesso come quello scolastico finché non saremo convinti che va cambiato. Come va cambiato?

Un secondo elemento che ho tratto da quello che è accaduto lo possiamo riferire alla domanda cosa ci insegna la vicenda degli spazi, la necessità di recuperare spazi? Al di là del tema dell’edilizia che poi bisognerà che qualcuno cominci ad attivare gli istituti di ricerca perché l’edilizia si fa in base alla demografia, è inutile che adesso investiamo cifre spropositate, ci vogliono cifre proporzionate, visto che abbiamo già in arrivo un calo demografico significativo, l’ultima regione ad avviare il calo demografico è stata questa, altre lo stanno vivendo già da tempo… comunque, accantoniamo il tema dell’edilizia che è importantissima ma va commisurata al bisogno.

Quello che abbiamo appreso dall’idea degli spazi e quindi dalla necessità di trovare spazi aperti è di trovare la maniera per portare in classe, abbattendo metaforicamente i muri, il mondo che è fuori dalla classe, non per svuotare il significato della classe che è relazione e comunità di apprendimento, ma per imparare ad insegnare ad apprendere tutto quello che si può apprendere perché ormai la classe non può essere più totalizzante. Perché salvo che noi non pretendiamo di introdurre tutto lo scibile umano il che vuol dire realisticamente tenerli a scuola 80 ore a settimana, il che è impossibile, è inevitabile che non possiamo trasmettere tutti gli apprendimenti necessari. Dobbiamo mettere in condizione i gruppi di apprendimento di apprendere dalle comunità che ci sono all’esterno della scuola.

In questo senso si parla di scuola aperta, non per demolire la scuola, ma perché la scuola non diventi quel palazzo di cui 500 anni fa Machiavelli scriveva, è invece un palazzo aperto che si apre alla comunità.

L’ultima considerazione è che perché questo possa avvenire bisogna essere un po’ più snelli. Nei giorni scorsi rileggevo l’operazione Barbarossa di Hitler per l’invasione della Russia e uno degli elementi che viene valutato dagli storici a fondamento dell’arresto di questa invasione fu la pesantezza dei panzer, i quali panzer arrivata la stagione delle piogge si impantanavano nel fango, nella melma. Ecco, di fatto questo tempo è un tempo imprevedibile, è un tempo magmatico, è un tempo melmoso, non nel senso della negatività, ma nel senso che oggettivamente non conoscendolo siamo ritardati nei movimenti, nelle riflessioni, nel decidere che cosa fare.

Allora come se ne viene fuori? Credo che l’unica cosa che sia necessaria sia ridurre il più possibile la pesantezza della macchina burocratica che, ricordo, non è per scaricare la responsabilità, viene attivata dall’Amministrazione in attuazione delle volontà del Legislatore. Se il Legislatore smantella qualche cosa, l’Amministrazione ben volentieri smantella; se invece pur dicendo di essere contro la burocrazia, però continuamente si aggiungono norme burocratiche nuove, noi continuiamo ad appesantire la macchina. Più la appesantiamo, meno diventa flessibile e capace di rispondere nell’immediatezza al bisogno.

Detto questo, la scuola è partita, è partita, tenendo conto delle elezioni, da sette giorni. Ci sono i contagi, ma i contagi non sono a scuola, se andate a Piazza Maggiore, girate l’angolo, vedete dove stanno i nostri giovani, giustamente in maniera conviviale, ma forse un po’ troppo vicini rispetto alla prevenzione del contagio. Ma nonostante questo, nonostante una sorta di isteria collettiva che spero si sedi, si sedimenti, si calmi, trovi pace, la scuola va, va avanti, e vogliamo che vada avanti perché abbiamo lavorato tutti questi mesi convinti dicendoci che abbiamo bisogno di scuola.

Affrontando la scuola dal punto di vista della spesa e non prendendo in esame il tema dell’edilizia scolastica che però è centrale e che richiede non tanto in questo momento dei bandi, ma un piano, un piano sensato e equilibrato sulla base dell’andamento demografico e un piano territoriale ad aree vaste, altrimenti sui bandi non ne veniamo fuori, abbiamo degli enti territoriali più dinamici, altri meno dinamici e avremo sempre scartamenti differenziati, in questo momento sembrerà un’eresia ma credo che abbiamo bisogno di dare risorse – a patto – alle Università perché abbiamo necessità di formare docenti per competenze che non abbiamo nella scuola.

Perché non si formano? Non è solo per un problema di errato orientamento, è anche per il numero dei percorsi formativi che vengono attivati, parlo per esempio della specializzazione per il sostegno, dove noi non abbiamo docenti, perché non ci sono i corsi di specializzazione. I motivi per cui non ci sono li sanno le Università, non so se si risolveranno dando le risorse, ma dobbiamo formare i docenti per il sostegno, altrimenti diciamo che non serve la laurea per il sostegno e cambiamo la legge. Ma se diciamo che ci vuole, e secondo me ci vuole, non è pensabile che diciamo che vi vuole un percorso di studi e poi non ho i docenti.

In Emilia Romagna quest’anno io ho undicimila posti docenti, ma con la specializzazione sono attorno ai 3000. Li andiamo a ricercare sulla base della loro disponibilità, senza titolo si presentano alle scuole. Questo non può funzionare, ma questo vale per moltissime altre classi di concorso: non abbiamo i docenti.

Non è solo un problema dell’Università, è anche un problema di credibilità sociale della figura del docente, ma non ne veniamo fuori. Io quest’anno in Emilia Romagna avevo da poter assumere 7000 docenti in ruolo, ne ho assunti 1500, e gli altri non li ho assunti perché non ci sono ovvero non hanno i titoli necessari per l’insegnamento. Allora, o rifacciamo le SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario, ndr), o rifacciamo altri percorsi, o ci inventiamo qualche cosa, altrimenti ci ritroviamo così tutti gli anni. Il problema di quest’anno non è il Covid, il fatto è che non abbiamo più i docenti che abbiano i titoli che come legislatore abbiamo deciso che debbano avere.

Quindi io sono per dare i soldi alle Università che però decidano in un anno, non in dieci anni, investimenti straordinari che partano subito con SSIS, percorsi, ci vuole un intervento legislativo-normativo, ma non si può andare avanti così, perché non abbiamo i docenti».

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