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Sergio De Nardis (economista): «Sul PIL pesa l’incognita del quarto trimestre»

Le recenti stime sul Pil 2022 di Istat (3,9%) e Banca d’Italia (3,8) sembrano simili, ma in realtà implicano valutazioni diverse sul IV trimestre, quello non ancora noto e su cui si concentra l’attenzione per cercare di capire se è già in corso l’atteso calo di attività economica indotto dallo shock energetico.

Per rendersi conto delle differenze occorre un piccolo detour tecnico per i non addetti.

L’Istat, come il governo, prevede il Pil grezzo, non aggiustato per il differente numero di giornate lavorative tra un anno l’altro.

Banca d’Italia stima, invece, il Pil a parità di giorni di lavoro. Poiché il 2022 ne ha meno rispetto al 2021, la variazione del Pil grezzo (ovvero quello previsto dall’Istat) dovrebbe risultare quest’anno lievemente inferiore a quella del Pil corretto per i giorni (quale è previsto dalla Banca).

Invece si verifica l’opposto. Ciò riflette il fatto che il Pil del IV trimestre di Banca d’Italia è stimato in riduzione (come del resto detto esplicitamente), mentre quello implicito nella valutazione Istat non è in calo, risulterebbe anzi in ulteriore lieve rialzo. La divergenza di valutazione si riduce nella previsione per il 2023.

Vi è un’identica stima per il tasso di crescita atteso (0,4%), ma tenendo conto che anche il 2023 ha meno giorni di lavoro rispetto al 2022, il quadro di crescita di Banca d’Italia è in effetti leggermente più debole di quello dell’Istat.

Entrambi i previsori scontano, comunque, un segno negativo per il Pil nella parte iniziale del prossimo anno a cui segue un moderato recupero produttivo. Ciò chiarito, è però interessante soffermarsi sulle differenze di valutazione del breve periodo perché da queste emergono i maggiori punti interrogativi.

Lasciando da parte i dubbi dietrologici del congiunturalista (ha forse l’Istat informazioni sul IV trimestre o su eventuali revisioni dei dati precedenti che inducono a essere più ottimisti?), è evidente che permane un margine di incertezza, nonostante le nette indicazioni di indebolimento dell’industria, cioè del settore (20% del Pil) che con le sue fluttuazioni solitamente determina il ciclo, pur se sempre meno negli ultimi tempi.

Dopo la pandemia, infatti, la congiuntura ha preso a risentire molto di quel che avviene nei servizi (70% del Pil) generalmente più stabili, ma su cui si riversa gran parte dello smobilizzo del risparmio accumulato negli ultimi anni (anche quello estero, attraverso i flussi turistici).

Lo stock di risparmio messo da parte dalle famiglie italiane a partire dal 2020, in eccesso rispetto ai comportamenti normali è notevole: nel II trimestre è stimabile nel 7-8% del Pil, di più se si tiene conto che nelle recessioni la propensione al risparmio normalmente si riduce, mentre nella pandemia è aumentata in modo forzoso.

Parte di queste risorse è stata investita, ma un’ampia quota resta in forma liquida, accantonata dalle famiglie (le più abbienti) per essere spesa in maggiori consumi col ritorno di tempi normali.

Questi non sono mai effettivamente arrivati, perché è intervenuto lo shock energetico, ma lo stock di mezzi liquidi in eccesso è ancora lì e funge da parziale sostegno (insieme alle misure governative a beneficio dei meno abbienti) per le spese per consumi e per il settore dei servizi, attutendo l’impatto dei rincari.

In definitiva, una contrazione economica limitata ad alcuni mesi è l’esito più probabile come risulta da tutte le previsioni, escludendo scenari di taglio ulteriore delle forniture di gas.

La massa non smaltita di risorse accantonate dalle famiglie (in Italia e all’estero) continua, però, a costituire un elemento di incertezza, suscettibile di far deviare le tendenze da stime a breve termine basate su storie passate che non includono sbalzi involontari di risparmio di simile portata.

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