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Sergio De Nardis (economista): «Il PIL 2022 salvato dal turismo, ma nel 2023 avremo una sorpresa»

“Come si era andato palesando nei dati congiunturali delle ultime settimane, il Pil del III trimestre (anticipazione Istat) è risultato notevolmente migliore delle attese: aumento dello 0,5%, contro aspettative di flessione o stasi. La variazione è stata superiore a quella, pur positiva, di Germania, Francia e Spagna.

La spinta decisiva è provenuta dai soli servizi, che hanno beneficiato, nei mesi estivi, della perdurante effervescenza dei consumi, a dispetto dell’erosione di potere d’acquisto causato dall’inflazione (erosione attenuata, ma non annullata, dalle misure di aiuto) e grazie all’ancora capiente riserva di risparmi messi da parte nei lockdown”.

Lo sostiene l’economista Sergio De Nardis.

“Tutti gli altri settori sono stati in regresso, ma è probabile che le contrazioni di manifattura e costruzioni siano alla fin fine risultate limitate dal buon andamento dell’export e dal superamento di parte delle incertezze regolatorie che avevano bloccato gli incentivi edilizi. Con questo dato, il trascinamento per il 2022 si porta al 3,9%” ragiona dalle colonne del magazine digitale Inpiù.net.

“Le attese per il IV trimestre sono però negative. Gli indicatori di fiducia di imprese e famiglie sono da tempo in calo, risentendo dell’impennata dei prezzi energetici (inflazione a 11,9% a ottobre). È chiaro tuttavia che vi è un elemento “anarchico” che sfugge alla valutazione dei congiunturalisti: la voglia di spendere dei consumatori dopo le chiusure.

Sarebbe interessante capire chi sono questi strenui sostenitori del ciclo (baby boomers in pensione, gonfi di risparmi e programmatori seriali di vacanze, che non vogliono farsi deprimere da guerra ed energia?).

Fatto sta che le buone indicazioni sul turismo non vengono meno in questo caldo autunno. Le molteplici spinte negative presenti nell’economia dovrebbero però prevalere su tale segmento resiliente che ha salvato il 2022″ prosegue l’economista.

La stima di crescita per l’anno corrente risulterà più elevata di quella scritta nella Nadef (3,5-3,6% contro 3,3).

Tuttavia, dato il profilo della frenata, uno scotto si dovrà poi pagare nel 2023 con un Pil più debole rispetto allo 0,6% dello scenario tendenziale.

Vi sarà una manovra di sostegno del governo, ma sarebbe azzardato applicarvi effetti moltiplicativi significativi.

“Il quadro della politica monetaria è fortemente cambiato e ciò incide negativamente sugli impatti di quella fiscale. Un 2023, quindi, depresso…salvo naturalmente la residua resistenza dei difensori del ciclo” conclude.

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