Roberto Pasca di Magliano (docente Sapienza): «E’ necessaria una più equa distribuzione della ricchezza e una maggiore equità sociale, garantendo la sostenibilità ambientale»

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La pandemia ha riportato indietro nel tempo lo sviluppo sia nei Paesi avanzati, ove si prevede un crollo del Pil almeno del 5%, del 7% nell’Eurozona e in Italia del 9,5%, sia nei Paesi in via di sviluppo che avevano fatto passi in avanti grazie alla globalizzazione riducendo i divari reddito e accrescendo le esportazioni di materie prime. In Africa si prospettano carestie di proporzioni drammatiche.

Quali misure per rilanciare l’Italia e la sua credibilità? Ne parliamo oggi con il prof. Roberto Pasca di Magliano, professore di Economia e Gestione dell’Innovazione e Direttore della School of Financial Cooperation and Development, SFIDE, Unitelma Sapienza. Professore, qual è lo scenario europeo e italiano dopo il lungo lockdown?

A fronte dei vantaggi, la globalizzazione ha generato povertà vecchie e nuove, diseguaglianze interne a singoli Paesi che sconvolgono equilibri sociali e politici, aggravando le condizioni socio-economiche dei ceti medio-bassi. L’1% della popolazione mondiale detiene oggi il 20% della ricchezza prodotta (25% negli Usa). In Italia la diseguaglianza nella distribuzione del reddito ha raggiunto il livello record del 7% nel 2019.

Sarà difficile continuare ad eludere la necessità di una più equa distribuzione della ricchezza ed una maggiore equità sociale. Solo in Europa appaiono tiepidi segni di cambiamento grazie ai comportamenti virtuosi di alcune imprese che migliorano assetti lavorativi e adottano modelli sostenibili.

Il nostro Paese ha superato con successo le restrizioni imposte dal lockdown e deve ora introdurre misure rapide ed efficaci, questa è la via per rilanciare l’economia, riequilibrando al tempo stesso i rapporti tra economia, ambiente e società. Occorre che la crescita economica torni, ma con attenzione alla sostenibilità ambientale, all’esaltazione della qualità e salubrità dei prodotti, alla creazione di un ambiente lavorativo più equilibrato e confortevole.

Le grandi crisi epocali del passato, quella del ’29 (crollo di Wall Street) e del 2007-8 (fallimento Lehman Brothers), furono entrambe innescate e provocate da ragioni di sfiducia delle imprese o da speculazioni finanziarie. Questa volta la situazione è assai diversa. La crisi deriva da uno shock sistemico esterno che si è tradotta in decisioni drastiche di molti governi nazionali, ben sapendo che ciò avrebbe provocato un collasso delle attività economiche e sociali. Misure decise dalla politica. 

Solo in Italia si prevede una caduta dei consumi dell’8,7%, degli investimenti del 12,5%, dell’export del 13,9%, dell’occupazione del 9,3%. Le politiche pubbliche di contrasto faranno lievitare il debito pubblico oltre quota 160 del Pil. In particolare, la perdita di 1,5 milioni di posti-lavoro prevista nel 2020 con inevitabili tensioni sociali.

Si può parlare di una ripresa economica e sociale? Sarà equilibrata e sostenibile?

La sostanziale stabilità dei mercati azionari, insieme con il contenimento dello spread, fa sperare in una ripresa ad U che però dipenderà dall’efficacia e rapidità delle politiche e delle misure specifiche di rilancio necessarie per agganciare la ripresa del 4-5% preannunciata nel 2021, seppur concentrata in alcuni settori (agroalimentare, tecnologie digitali e comunicazione) e meno in altri seriamente colpiti (auto, turismo, artigianato).

Tesi “decisamente ottimistica” che trova le sue motivazioni nelle seguenti considerazioni:

  1. un andamento ciclico già moderatamente espansivo tra fine 2019 e gennaio 2020;
  2. un debito delle famiglie che a fine ’19 raggiungeva appena il 62% del reddito disponibile, inferiore alla media UE (95%) e di gran lunga più basso di Paesi con i conti in ordine quali l’Olanda (200%);
  3. un debito delle imprese poco più della metà di quello medio europeo (68% rispetto a 150%);
  4. un risparmio degli italiani di poco meno di 4.300 mld euro, di cui 1.400 parcheggiati, che colloca il nostro Paese appena dopo  gli Stati Uniti, il Giappone, il Belgio e i Paesi Bassi;
  5. il tempestivo lancio di politiche espansive che in Italia hanno raggiunto 75 mld (il 4,5% del Pil);
  6. una reazione europea mai vista nel passato che ha riguardato: la tempestiva sospensione dei parametri di Maastricht, l’avvio di un programma straordinario di acquisto di titoli della BCE (750 mld iniziali, cui sono stati aggiunti altri 600 mld) calmierando lo spread del nostro Paese, la possibilità data al Mes di concedere prestiti a medio termine ad interessi vicini allo zero con la sola condizione di esser utilizzati per interventi diretti e indiretti legati all’emergenza sanitaria (l’Italia ne potrebbe beneficiare per 34 mld), il programma SURE a carico del bilancio UE destinato a cofinanziare schemi nazionali di ammortizzatori sociali sotto forma di prestiti a lungo termine (100 mld, di cui 20 previsti per l’Italia), il programma straordinario BEI destinato al sostegno di investimenti strategici attraverso prestiti a lungo termine a bassi interessi (200 mld), ed infine l’auspicato Recovery Plan destinato a finanziare progetti di ricostruzione e il rilancio nei Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia (750 mld tra contributi a fondo perduto e presiti agevolati).

In tale contesto le restrizioni imposte per arginare l’epidemia hanno profondamente mutato comportamenti sociali scoprendo nuove forme relazionali, nuovi strumenti di lavoro che hanno permesso la continuazione delle attività e insieme di accrescere la produttività. Mutamenti sociali che vanno valorizzati per prefigurare una società migliore e vivibile

Guardando al nostro Paese, la strada della progettualità, della redazione di un piano organico di riforme è irta di ostacoli ascrivibili alla conflittualità politica e alle complessità burocratiche che frenano l’attuazione anche delle migliori leggi di riforma. I punti di forza – pochi ma significativi – sono spesso sopraffatti dai punti di debolezza.

Esiste una via per conciliare le ambizioni della politica con le necessità di intervento?

Sono molti i sistemi democratici che, in una logica pragmatica, affidano le riforme alla discussione parlamentare mentre le misure specifiche e urgenti alle decisioni dei governi. Con un po’ di coraggio, questa via sarebbe perseguibile anche nel nostro Paese. 

Per rimettere in moto la macchina produttiva, l’intervento pubblico emergenziale dovrebbe privilegiare misure a basso costo per l’erario aprendo, insieme, ad una crescente collaborazione pubblico-privato, adottando misure cosiddette “virtuose e di carattere orizzontale”, ossia: capaci di indurre nei beneficiari comportamenti coerenti gli obiettivi della misura in modo automatico e semplice (sfruttando ad esempio il naturale istinto del “contrasto d’interesse”) e di carattere orizzontale (e non settoriale) così da concentrarsi su poche misure applicabili  ad una pluralità di comparti produttivi.

Proposte queste di cambio di rotta per far fronte all’emergenza creata dalla pandemia. Proposte che non interferiscono con piani più ambiziosi in discussione in sede governativa e che, quand’anche approvati, spesso si arenano in fase attuativa.  Proposte che accrescerebbero la credibilità del Paese a livello europeo nella difficile trattiva per il varo del Recovery Plan.

In sede UE è ormai intrapreso e con tutta probabilità si concluderà positivamente seppur con qualche correzione (sulle modalità di erogazione, sulle quote-Paese, sull’entità dei contributi a fondo perduto) per trovare un compromesso con i quattro Paesi riottosi. Difficile valutarne gli esiti e i tempi di attuazione. Al momento sappiamo che il piano prevede interventi a fondo perduto e in prestiti a lungo termine con contenuti tassi di interesse e che l’Italia potrebbe figurare tra i maggiori beneficiari sempre che sia in grado di presentare progetti credibili (gli ottimisti prevedono 170 mld).

Gli ambiti progettuali del piano riguardano: il rinnovamento delle strutture delle di ogni ordine e grado, con particolare riferimento al Sud; il finanziamento delle borse di studio universitarie e dei prestiti d’onore; il potenziamento della ricerca universitaria; la valorizzazione dei beni artistici e culturali; la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione; la ristrutturazione delle periferie degradate dei grandi agglomerati urbani; gli interventi periodici di tutela e manutenzione del territorio per scongiurare i periodici dissesti idrogeologici.

A fianco del piano proposto dalla Commissione dovrebbe aprirsi la strada per l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), superando polemiche che hanno carattere essenzialmente politico.  Il Mes prevede la concessione di prestiti ad 7 anni a tasso zero con la sola condizione che essi siano utilizzati per progetti attinenti direttamente o indirettamente il settore sanitario. Ed, infine, un’attenzione particolare andrà dedicata ai finanziamenti che la Banca Europea degli Investimenti per la realizzazione diretta di opere infrastrutturali strategiche che, per dimensione e priorità, non possono rientrare nel sistema di partenariato pubblico-privato.

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