La fusione nucleare può «essere determinante per una nuova fase di crescita dell’umanità». Lo sostiene l’economista Carlo Rizzuto. «I primi tentativi di produrre energia utile da fusione termonucleare (non distruttiva come invece quella dei precedenti ordigni termonucleari) risalgono almeno ai primi anni 60. Siamo quindi a oltre 60 anni di prove. Il sogno è quello di “accendere e coltivare un piccolo sole” che rimanga acceso fondendo continuamente e in modo controllato piccole quantità di isotopi dell’idrogeno, producendo energia che si possa trasformare e trasportare. Idealmente, la trasformazione dovrebbe essere in energia elettrica, alimentando un’infrastruttura esistente e capace di trasportare grandi potenze».
«Il passo fatto a Livermore permette di pensare di accendere questo piccolo sole con uno “shot” iniziale da parte di una serie di potenti raggi laser concentrati su un “pellet” di deuterio/trizio, oppure di avere una specie di “motore a scoppio “la cui camera ospita successive ignizioni, e da cui estrarre l’energia. L’altro approccio è quello di scaldare e accendere, con un particolare forno a microonde, lo stesso tipo di miscela ma in forma di ciambella gassosa plasmata e contenuta da campi magnetici come nel progetto internazionale ITER ora in costruzione in Francia e già in parte dimostrato in un certo numero di impianti precedenti», scrive su InPiù.net.
«Ma in che forma viene prodotta ed emessa l’energia da fusione? La più visibile, come nel sole (ma non la predominante nel caso del “sole in scatola”) è, per definizione, la luce, cioè un intenso flusso di fotoni che escono dal plasma e coprono frequenze da quelle della radio fino all’ultravioletto. In linea di principio, questa parte può essere trasformata in energia elettrica tramite effetto fotoelettrico o assorbendo in una caldaia che generi vapore, poi energia meccanica ed infine elettricità. Però la luce non è l’unica emissione energetica della fusione termonucleare: la maggior parte è contenuta in una intensa emissione di neutroni e atomi di elio con energia piuttosto alta».
«L’energia è di 14,1 MeV (milioni di elettronVolt) per il neutrone e 3,5 MeV per l’atomo di elio generati per ogni coppia di atomi di deuterio e tritio che fonde. Neutroni e atomi di elio dovranno venire fermati da materiali appositi in cui depositeranno l’energia, da trasformare quindi in energia trasportabile e utilizzabile. Ma questi materiali (e anche quelli per estrarre la parte di energia che si ottiene sotto forma di luce) dovranno resistere a un flusso intenso e continuo di urti sui singoli atomi costituenti, oltre a permettere l’estrazione dell’energia. Gli studi di materiali che resistano a questo trattamento sono solo agli inizi, e un impianto particolare è ora in costruzione con forte coinvolgimento dell’Italia».
«Questi materiali dovranno anche contenere poco o nulla degli elementi e isotopi che catturano neutroni e diventano radioattivi, per evitare di avere un continuo accumulo di parti di ricambio come rifiuti radioattivi, meno permanenti delle scorie di un reattore nucleare convenzionale, ma ancora piuttosto complicati. Il problema di sviluppare la tecnologia e i materiali per catturare e trasformare l’energia che si genera dalla fusione, con i vincoli definiti dal modo in cui si potrà accendere e coltivare il “sole in scatola” è solo agli inizi, e la sua soluzione, ancora aperta, determinerà forma, dimensione e fattibilità dei generatori da fusione il cui contributo alla transizione energetica che va realizzata entro i prossimi 50 anni sarà, purtroppo, limitata. Il suo contributo allo sviluppo futuro, in prospettiva secolare, potrà, invece, essere determinante per una nuova fase di crescita dell’umanità, dopo la crisi ambientale di questo inizio secolo…Se saremo fortunati e persistenti».








