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Francesco Riccardi (Avvenire): «Disoccupazione giovanile: un dato che deve destare allarme»

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L’aumento dei giovani che non lavorano né studiano è «un dato che deve destare allarme». Ne parla Francesco Riccardi, che definisce la disoccupazione giovanile come uno «spreco insostenibile» di risorse e di capitale umano. «Un dramma attuale, e insieme un’ipoteca sul futuro, che necessita dell’attenzione dovuta a una vera e propria emergenza sociale, prima ancora che economica».

«Il numero dei giovani inoccupati e non inseriti in percorsi di formazione» sottolinea su Avvenire «è risalita infatti oltre i 2 milioni di persone in termini assoluti e al 23,3 in percentuale (+1,1% rispetto al 2019) segnala l’Istat. Quasi un quarto dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni, cioè, è inattivo anche se all’interno di questo insieme va distinto chi non ricerca proprio né un lavoro né un’occasione formativa da coloro che invece sarebbero disponibili a lavorare o a tornare a studiare a fronte di un’offerta adeguata».

«Per la gran parte questi giovani sono il prodotto di due grandi deficit. Il primo quello di un sistema di istruzione che non sa orientare e perde troppi ragazzi per strada. Il secondo, un mercato del lavoro che, anziché accompagnare e valorizzare i giovani che vi fanno ingresso, tende semplicemente a sfruttarli finché è possibile, frustrandone le ambizioni. Ancora, c’è un altro dato importante di cui tener conto: l’iscrizione di ben 1,6 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni a Garanzia giovani».

«A testimonianza che la volontà di cercare un’occupazione o un’occasione formativa non è un desiderio spento per sempre fra i neet, tutt’altro. Questa difficile situazione non è certa sconosciuta agli addetti ai lavori. Il tema che, invece, sembra essere ancora trascurato è quello di una decisa promozione dei contratti di apprendistato, in particolare di primo e terzo livello che assicurano, oltre a un’assunzione regolare a tempo determinato, il completamento dei percorsi scolastici interrotti o il conseguimento di lauree e dottorati di alta specializzazione».

«Non è solo una questione di incentivi economici, già incorporati strutturalmente in questi contratti, quanto di cultura che troppo spesso manca anche nel nostro sistema produttivo e che occorre far crescere. Per ragioni demografiche i giovani saranno sempre meno, non possiamo permetterci che siano contemporaneamente sempre più delusi e inattivi. Perché due milioni di neet non sono semplicemente un problema economico, ma uno sciupìo di vita, uno spreco di futuro che non possiamo permetterci né accettare».

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