Questo è quanto è emerso dall’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine sul mondo del lavoro di Randstad, primo operatore mondiale nei servizi Hr, condotta in 34 Paesi del mondo su un campione di oltre 800 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana e percepiscono un compenso economico per questa attività, che nel primo semestre 2020 ha analizzato lo status professionale dei lavoratori italiani.
“Dai risultati del Workmonitor – afferma Marco Ceresa. Ad di Randstad Italia – emerge come le imprese italiane siano attente al dialogo e alla valorizzazione della propria forza lavoro, con circa due dipendenti su tre che si sentono apprezzati e supportati nella propria crescita professionale. Le aspettative dei lavoratori, però – continua – soprattutto in periodi di incertezza come l’attuale emergenza sanitaria, riguardano anche la sicurezza economica, ma l’Italia è agli ultimi posti fra i paesi analizzati per trattamento economico dei dipendenti. Una buona strategia di employer branding non può prescindere da un mix equilibrato fra riconoscimento personale e formazione, affinché – conclude – i propri dipendenti si sentano adeguatamente apprezzati e motivati sul lavoro e al tempo stesso sostenuti nei loro sforzi per restare al passo con l’evoluzione del mercato”.
I NUMERI DEL RAPPORTO RANDSTAD
Sono sette su dieci i lavoratori italiani che sentono che il proprio valore è apprezzato dal datore di lavoro. Il 63% percepisce che l’azienda sta investendo nella sua crescita professionale. Solo il 54% dei dipendenti pensa di avere un salario competitivo (nove punti sotto alla media globale), con un divario di ben dieci punti fra i uomini (59%) e le donne (49%) e fra i dipendenti sotto i 25 anni (i più soddisfatti, 61%) e gli over 55 (49%). La forbice si allarga ulteriormente se si confrontano i lavoratori italiani con i colleghi di alcuni dei principali paesi europei come Spagna (63%), Regno Unito (68%) e Germania (71%).
STIPENDI
L’inadeguatezza del salario genera una sensazione di insicurezza per il futuro, con quasi due dipendenti su tre convinti che dovranno posticipare il pensionamento perché non hanno risparmi sufficienti (64%, due punti in più della media globale), una percezione diffusa in tutte le fasce d’età, soprattutto fra le donne (66%) i giovani sotto i 25 anni (67%) e il segmento dei 35-44enni (69%). Ma l’incertezza riguarda anche il presente, con ben il 91% che sarebbe disposto a investire in ulteriore formazione per evitare di restare senza lavoro (+5% sulla media mondiale). Preoccupazioni sulle competenze digitali e tecnologiche: il 72% dei dipendenti pensa che le imprese preferiscano assumere lavoratori giovani perché più a loro agio con le nuove tecnologie.
FORMAZIONE
Secondo il 57%, il datore di lavoro offre supporto nell’acquisire nuove competenze o nel trovare un’altra posizione aziendale nel caso la propria mansione diventasse inutile a causa dell’automazione, un punto in meno della media complessiva. Ma solo il 45% afferma che la propria azienda offre piani di formazioni adeguati a preparare il personale alle competenze del futuro (-2% rispetto alla media globale), con l’eccezione dei 18-24enni (58%).
PERDITA DEL LAVORO
In caso di perdita del lavoro per motivi finanziari, il 53% del campione ripone fiducia nell’aiuto dell’azienda per cercare una nuova posizione grazie al servizio di outplacement (contro il 52% della media globale), soprattutto i lavoratori più junior (61%). Solo il 47% crede invece che il governo li aiuterà sia in termini economici sia nella ricerca di un altro impiego, ben 14 punti sotto alla media internazionale e molto lontani da Germania (77%), Spagna (68%), Regno Unito (65%) e Francia (64%). Incrociando questi due dati emerge come ben il 47% dei lavoratori italiani conti solo sulle proprie risorse in caso di licenziamento (contro il 38% della media globale), contro un altro 47% (-4% rispetto alla media globale) che fa affidamento sul datore di lavoro o sul governo per un sostegno.








