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Questa ripresa è un fuoco di paglia o un trend durevole? | L’analisi di Sergio De Nardis

In attesa di conoscere dall’Istat, il 31 luglio, la stima preliminare del Pil nel II trimestre che indicherà quanto intensa è la frenata dell’attività economica (sarà segno meno?), si può riflettere sulla domanda che divide da un po’ gli analisti circa la buona performance dell’Italia, rispetto ai partner, nel quadriennio 2020-2023: è un fuoco di paglia o qualcosa di durevole? Chi sostiene che è un fatto effimero, dovuto a circostanze eccezionali e fortunose, ha gioco facile nel sottolineare che non si sono viste, negli anni precedenti, quelle riforme strutturali ritenute chiavi indispensabili per aprire la strada a una più forte crescita potenziale, penalizzata com’è da cattivi fattori d’offerta.

Il Pil italiano del quadriennio si sarebbe, quindi, avvantaggiato delle peculiarità della fase, relativamente più favorevoli alla nostra struttura produttiva (specializzazione, collocazione nelle catene di offerta, turismo), e di uno straordinario sostegno del deficit pubblico, liberato dai vincoli europei e reso poco oneroso (nei primi due anni e mezzo) dagli acquisti della Bce. Per di più si è trattato di un deficit alimentato da spesa corrente (trasferimenti) e generosi incentivi edilizi: voci che non godono di buona reputazione nella comunità degli economisti che vorrebbero piuttosto spese produttive.

In tal senso, il Pnrr ha giocato un ruolo del tutto marginale e solo di prospettiva: gli investimenti sono stati modesti e inferiori ai programmi. Viceversa, chi è più fiducioso circa la possibilità che non si tratti di una fiammata ritiene che la crescita non abbia la sua unica via d’uscita nelle riforme e che la politica fiscale, anche quella fatta di spesa corrente e incentivi, possa produrre in certe condizioni impatti importanti sull’economia.

In effetti, sono proliferati negli scorsi anni i modelli che mostrano poderosi nessi causali tra riforme e Pil potenziale in un congruo periodo. E’ difficile, però, negare come i loro risultati siano in gran parte inscritti nelle premesse metodologiche su cui sono costruiti, oltre che nelle scelte per quantificare parametri cruciali altrimenti ignoti. Adottando un atteggiamento più laico, è da riconoscere che la crescita di lungo periodo risente molto anche delle condizioni della domanda aggregata, soprattutto quando questa risulta, come in Italia a partire dal 2008, persistentemente depressa, cioè inferiore, per una molteplicità di anni, alle potenzialità produttive dell’economia. In tali condizioni, non è da meravigliarsi se nel momento in cui si realizzano politiche fiscali adeguatamente espansive la crescita risponda.

La finanza pubblica nel 2020-23 ha svolto il suo ruolo nel correggere la lunga stagnazione italiana, responsabile di enormi sprechi di risorse e perdita di benessere (il Pil pro-capite, sebbene in risalita rispetto ai partner, è tuttora sotto i livelli del 2007). Per questo sembra sbagliato etichettare tali politiche come una droga. Al contrario esse sono state quel che ci voleva. La ripresa, favorita dalla finanza pubblica, ha essa stessa contribuito al potenziale, incoraggiando gli investimenti privati, difendendo in un mercato del lavoro dinamico i livelli di skill delle persone, promuovendo la mobilità delle risorse verso le imprese con migliori prospettive. La situazione sta ora cambiando, con l’avvio di una nuova stagione di consolidamento fiscale.

Ciò, tuttavia, avviene in condizioni diverse da quelle degli anni dell’austerità. Il consolidamento non interviene in un’economia debole come nel 2011. La recente ripresa ha restituito vigore ai fattori di fondo della crescita, mentre la realizzazione del Pnrr è materia dei prossimi anni. Con lo stop alla spesa in deficit, la ricaduta in stagnazione è dunque un rischio, ma non una prospettiva scontata.

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