Mercati in ebollizione. Il Wti, il barometro americano che di solito resta sotto il Brent europeo, ha deciso di sovvertire l’ordine naturale delle cose toccando la punta di 113 dollari (+13%), sorpassando il riferimento di Londra fermo a 109 dollari.
Un ribaltamento di gerarchie che racconta la violenza dello shock in corso, innescato dal conflitto tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall’altro. Secondo Standard & Poor’s, si tratta del più ampio shock dell’offerta energetica mai registrato, superiore persino a quello generato dall’invasione russa dell’Ucraina.
A rendere l’orizzonte ancora più tempestoso sono arrivate le dichiarazioni di Trump: “Nelle prossime due o tre settimane, riporteremo gli ayatollah all’età della pietra, dove appartengono”.
Ma è sul piano della realtà quotidiana che la storia si fa critica. Nel nuovo Global Economic Outlook, S&P ha dimezzato le previsioni di crescita per l’Italia nel 2026: dal +0,8% stimato in precedenza al +0,4% attuale.
“Quattro decimali di Pil evaporati. Non è un taglio, è un’amputazione”.
Il confronto con gli altri partner europei è impietoso: l’Eurozona nel complesso perde due decimali (da +1,2% a +1%), la Germania tiene allo 0,8% e la Francia corre al +1,9%.
La spiegazione è brutale: l’Italia ha un’economia energivora e soffre più degli altri ogni volta che il petrolio sale. Da Francoforte arriva intanto il monito della Bce: i prezzi dell’energia spingeranno l’inflazione al di sopra del 2% nel breve periodo, con un picco del 3,1% previsto per il secondo trimestre del 2026.
Tutto questo genera quella miscela sgradevole che gli economisti chiamano stagflazione. In questo scenario è intervenuto il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, parlando di rischi per la stabilità finanziaria.
“Le tensioni sui mercati energetici preoccupano non solo per l’impatto immediato su inflazione e crescita, ma anche per le possibili ripercussioni sulla stabilità finanziaria”.
Panetta ha puntato il dito sull’elefante nella stanza: gli alti livelli di debito pubblico che limitano lo spazio per interventi di bilancio e accrescono i rischi di tensioni sui titoli sovrani. Lo spread, insomma, torna ad affacciarsi nel vocabolario dell’attualità.
Nonostante lo scenario base di S&P preveda una conclusione del conflitto ad aprile, resta l’allarme per un possibile scenario avverso: se il conflitto dovesse prolungarsi, l’impatto macroeconomico si tradurrebbe in un rallentamento globale generalizzato.








