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Alessandro Penati (economista): «Green deal: l’Ue guiderà la rivoluzione ambientale?»

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Il Green deal, parte di un vasto programma di investimenti pubblici per superare la crisi da Covid, potrà essere un’occasione per l’Europa di guidare la rivoluzione ambientale? Se lo chiede l’economista Alessandro Penati.

L’approccio al Green deal è top-down: si concentra sulle grandezze macroeconomiche come crescita del Pil o spesa pubblica e sul quadro normativo. Ma è anche rilevante la prospettiva bottom-up: le imprese che domineranno la rivoluzione ambientale nel mondo saranno europee, come quelle americane e cinesi lo sono state per quella tecnologica? Gli investitori che puntano sulla rivoluzione ambientale cercheranno le equivalenti verdi di Google o Alibaba in Europa?

Le super imprese

Ogni rivoluzione economica favorisce la nascita di “super imprese”: sono quelle che riescono ad avvantaggiarsene per prime, permettendo loro di raccogliere ingenti capitali, che costituiscono una crescente barriera alla concorrenza, rendendo così la loro posizione dominante difficile da scalzare. È una dinamica caratterizzata da rendimenti crescenti del capitale: chi accumula più capitale tende ad avere un ritorno crescente, che a sua volta facilita gli investimenti. Le super imprese non sono rilevanti solo per gli investitori: la loro capacità di crescere, investire e innovare ha anche un effetto pervasivo sulla produttività, che dovrebbe essere l’obiettivo primario dell’Europa.

La leadership europea nella transizione verde discenderebbe dalla maggiore sensibilità ambientale di cittadini e governi e dalla forte quota di mercato delle sue utilities nelle rinnovabili: Enel e Iberdrola sono tra più grandi società al mondo. Ma non è la sensibilità dei cittadini a creare le imprese; e le utilities producono e vendono energia verde, non sviluppano la tecnologia sottostante, né investono in quella richiesta dalla transizione ambientale di industrie, trasporti o abitazioni, anche perché soggette a regolamentazione che fissa la redditività del loro capitale.

Ritardi europei

L’Europa parte già in ritardo: in tutti i segmenti dei pannelli solari dominano i cinesi; come nelle batterie per auto (la sola Catl vale quanto Bmw, Mercedes e Stellantis messe assieme), con coreani e giapponesi; nelle auto elettriche Tesla dimostra quanto sia più facile crescere e conquistare quote di mercato senza il fardello del capitale obsoleto delle vecchie case automobilistiche; l’America è leader nelle celle di combustibile a idrogeno; americane e asiatiche sono le società che dominano semiconduttori e processori che governeranno dalle smart grid alle auto elettriche; la danese Moller Maersk, leader nei container, ha ordinato le prime navi con combustibile green a cantieri coreani; e anche nelle pale eoliche, le europee Vestas e Siemens-Gamesa devono vedersela con la crescente concorrenza di cinesi e americani.

Affinché dal Green deal emergano super imprese europee è necessario che i governi modifichino le modalità di intervento, pur mantenendo la loro centralità. La transizione energetica è un progetto complesso che dovrebbe essere guidato in modo unitario, come fosse la costruzione di una nuova rete autostradale che collega i paesi europei, con un piano e scadenze precise. Invece abbiamo obiettivi di emissioni a lungo termine, nessuna indicazione su come raggiungerli.

Non si è deciso quale debba essere la fonte residuale di energia che renda stabile il sistema, come la crisi energetica sta palesando: la Francia punta al nucleare, mentre la Germania pensa a sé stessa col nuovo gasdotto dalla Russia (e nel frattempo usa il carbone). Le rinnovabili avrebbero bisogno di una smart grid integrata europea, mentre la gestione e regolamentazione della trasmissione elettrica dei vari paesi è sempre più frammentata. Non si capisce quanto si punti sull’idrogeno, e se verde o prodotto con il carbon capture: così Snam punta a quello verde prodotto con il solare in Africa, mentre Eni si fa finanziare dallo stato il carbon capture.

Il mercato è efficiente e capace di investire i massicci capitali richiesti dal Green deal, ma solo se c’è chiarezza di regole e di indirizzo: un vero piano servirebbe a questo. La crescita di super imprese implicherebbe fusioni e acquisizioni transfrontaliere in Europa che seguano la sola logica economica: improbabili però dato il crescente protezionismo delle imprese nazionali da parte dei governi. Più che mercato unico dei capitali quello europeo è diventato quello degli accordi bilaterali intergovernativi.

Col Green deal si è abrogato di fatto la politica comunitaria sugli aiuti di stato: ora, con la giustificazione di sostenere la transizione verde, i governi fanno a gara a sussidiare con finanziamenti agevolati le imprese nazionali, creando indebiti vantaggi rispetto alla concorrenza. È una corsa a sussidiare fabbriche di batterie, semiconduttori, o il carbon capture dell’Eni e altri ancora. Non è sussidiando progetti redditizi che si crea la leadership delle imprese europee, perché il problema non è la disponibilità dei capitali: sono infatti progetti finanziabili sul mercato.

Ma così si sottraggono risorse pubbliche al finanziamento di infrastrutture e a ricerca e formazione altrettanto indispensabili al Green deal, ma che il mercato non finanzia; o all’indispensabile sostegno alla conversione degli impianti dell’industria pesante e di materiali di base che autonomamente non può sostenerne il costo.

Il problema dell’Antitrust

Anche l’approccio dell’Antitrust dovrebbe cambiare. Le super imprese, e la loro espansione tramite acquisizioni, sono una conseguenza intrinseca di ogni rivoluzione economica, così come la posizione dominante che acquisiscono. L’Antitrust deve impedire che ne abusino: ma prima deve lasciare che nascano, per poi regolamentarle. In Europa l’approccio alle fusioni e acquisizione è invece l’opposto, preventivo: l’Antitrust vuole valutare ex-ante se un’operazione potrebbe creare in futuro una situazione dannosa per la concorrenza. In questo modo si ostacola la nascita delle super imprese preferendo evitare il rischio che domani la concorrenza sia danneggiata. Se cinesi e americani avessero usato questo approccio probabilmente oggi non ci sarebbero Google e Alibaba.

Infine, non c’è super impresa senza un mercato dei capitali capace di finanziarne la crescita e sostenerne i rischi. I vaccini innovativi per il Covid ci hanno fatto conoscere Moderna e BioNTech che fino all’anno scorso avevano perdite superiori ai ricavi ma che oggi valgono rispettivamente 83 e 55 miliardi perché il mercato dei capitali americano è capace di rischiare ingenti risorse investendo solo sulla base delle prospettive future. Il mercato americano dei capitali è stato l’elemento cruciale nella rivoluzione tecnologica, tanto che i cinesi lo hanno sfruttato a proprio vantaggio, usando la quotazione negli Usa per finanziare la crescita di molte delle loro maggiori imprese.

In Europa abbiamo invece un sistema finanziario bancocentrico, frammentato secondo i confini nazionali, con una redditività insufficiente e una regolamentazione che penalizza l’assunzione di rischi. Anche qui, i governi europei sacrificano la costruzione di vasto mercato unico dei capitali per una pretestuosa di difesa degli interessi nazionali. E abbiamo investitori istituzionali e risparmiatori dotati di grandi risorse ma che al capitale di rischio preferiscono la certezza di cedole e dividendi. La possibilità che il Green deal riesca a creare la leadership delle imprese europee nell’ambiente dovrebbe essere valutata con una sostanziosa dose di scetticismo.

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