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Patrick Gelsinger (ad Intel): «La crisi dei semiconduttori finirà tra due anni. Noi pronti ad investire in Europa»

“Noi siamo disposti a investire, e a farlo in modo massiccio anche in Europa. Ma c’è bisogno della partecipazione dei governi”. Lo ha detto l’ad di Intel, Patrick Gelsinger, spiegando il suo piano per rifornire il mondo affamato di chip e tecnologia.

È “difficile” che la crisi dei chip “finisca prima del 2024”, prosegue il manager sottolineando la necessità di una partnership fra società private e governi nazionali. Senza, la crisi potrebbe durare ancora di più. Gelsinger non parla in modo esplicito di un singolo Paese ma guarda all’Europa, che vede come una delle più promettenti aree.

“C’è stato uno stop improvviso della produzione di chip perché la domanda era troppo forte e la guerra in Ucraina ha peggiorato la situazione. Sono emerse questioni non sembravano possibili. Una di queste è la concentrazione della produzione in Asia ed è un problema di difficile soluzione, perché per un nuovo impianto ci vogliono quattro anni. necessario ridurre gli squilibri geografici”, dice.

Ecco perché rilancia: “Vogliamo investire e diversificare, per supportare la produzione sia negli Usa sia in Europa”. Gelsinger vede in modo positivo i vari “Chips act” sul modello statunitense ed europeo, ma serve un mix produttivo specifico: “L’Asia conti al 50%, Europa e Usa arrivino al 25% ciascuno”.

Importante è la mole di investimento della società in Europa, circa 80 miliardi di dollari. I due stabilimenti in previsione a Magdeburgo, in Germania, la faranno diventare una sorta di “Silicon Junction”, termine ricorrente nella dialettica di Gelsinger, fra il 2025 e il 2027.

Nuove opportunità, però, sono possibili. A patto che ci sia la stabilità politica necessaria per portare avanti un progetto di lungo periodo. La questione cruciale, secondo il top manager statunitense, è più politica che imprenditoriale.

“Bisogna mettere degli incentivi per la produzione di chip”. E adottare legislazioni favorevoli. “Bisogna passare da una supply chain che finora è stata secondo il principio del “just in time” a una basata sul modello “just in case””.

In pratica, non si produce solo se c’è domanda effettiva, ma si produce tenendo i magazzini con maggiori scorte per fronteggiare le impennate di richieste da parte dei consumatori.

Gelsinger sa che le variabili sono molte: “Riguardo alla crisi dei semiconduttori e dei chip, nel 2021 avevo detto che si sarebbe risolta nel 2023. Ora ritengo che nel 2024 si potrebbe stabilizzare la crisi dei chip”. Molto spesso, lascia intendere, non c’è pazienza nel comprendere le dinamiche del settore.

“Bisognerà resistere con le strutture che ci sono”. Intimoriscono ancora le catene produttive inceppate: “Siamo ovviamente preoccupati per le strozzature nella logistica, per esempio. Ma stiamo ragionando su come ridurle, al fine di assicurarci le materie prime grezze per poi poter costruire i chip”, prosegue.

“Quando si parlava di partnership tra pubblico e privato intendevo anche questo, ovvero a come proteggere le nostre catene di approvvigionamento di materiali attraverso le iniziative dei singoli Stati.

Le alternative ci sono, e le stiamo studiando, ma occorre tempo per svilupparle”, spiega il manager aggiungendo che non siamo arrivati alla fine della globalizzazione “perché oggi siamo più interconnessi che mai. Però bisogna cambiare mentalità e attitudine nella produzione di chip e semiconduttori”.

A cominciare da una minor dipendenza dall’Asia. Obiettivo possibile entro il 2030.

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