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Nel 2022 è stato meglio spendere meno fondi europei, ma ora bisogna accelerare | L’analisi

Nel 2022 l’Italia prevedeva di spendere molti più fondi del Pnrr di quanto ha fatto. Si programmava (governo Draghi) di realizzare con i prestiti e le sovvenzioni europee 17 miliardi di investimenti della Pa, pari allo 0,9% del Pil. Il Def (governo Meloni) certifica a consuntivo quel che era stato già anticipato e cioè che gli investimenti pubblici finanziati con le risorse Ue sono stati molto meno: sotto i 4 miliardi, lo 0,2% del Pil. Dunque una pessima performance di spesa su cui hanno inciso vari fattori: dalle incapacità italiane, ai rincari, ai colli di bottiglia.

Però, a ben vedere, considerato il quadro macroeconomico dello scorso anno, si deve forse dire, ex-post, meno male. Nel 2022, senza praticamente attingere ai fondi europei, il Pil è aumentato del 3,7%. Cioè molto, tenendo conto che vi è stato un forte shock negativo d’offerta. Hanno contribuito alla crescita una sottostimata resilienza endogena del paese e misure di sostegno fiscale extra-Pnrr, consentite dalla sospensione del patto di stabilità. La nostra economia, cioè, ce l’ha fatta da sola a reggere (meglio degli altri), anche beneficiando del temporaneo silenziamento delle regole europee.

Se l’Italia fosse stata un efficiente spenditore, realizzando alla lettera i suoi programmi, avrebbe aggiunto, in tale situazione, un ulteriore stimolo di domanda (0,7 punti di Pil) a fronte di un’offerta vincolata dall’impennata dei costi energetici, col rischio probabile di indurre inflazione più che crescita. Inopinatamente, quindi, la mancata realizzazione di 13 miliardi di investimenti pubblici si è rivelata una “scelta” opportuna. Data la forza dell’economia, è stato prudente posticipare la spesa di quelle risorse a quando, già a partire da quest’anno, la resilienza dell’economia potrà indebolirsi e le possibilità di stimolo fiscale verranno meno per il ritorno delle regole europee, per quanto riformate.

La finestra di quella che è stata una sorta di eterogenesi dei fini (scaturita da inazione) si è dunque chiusa: ora bisogna spendere. Su questo il Def scommette. La previsione al 2026 (Pil più alto del 3,4%) sottende l’efficace realizzazione degli investimenti con i fondi europei. Da ora in poi il Pnrr non è più un oggetto estraneo, ereditato da altri e solo parzialmente condiviso. Il governo non potrà più rimpallare le responsabilità di ritardi e inefficienze. L’impegno diventa suo e su questo cruciale passaggio verrà giudicato. 

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