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Michele Samoggia, responsabile Comunicazione e sostenibilità Philip Morris Italia: “Stop alle sigarette, il principio della riduzione del danno è la chiave per il futuro”

La legge Sirchia per la ‘Tutela della salute dei non fumatori’ entrò in vigore esattamente 20 anni fa, estendendo il divieto di fumo a tutti i locali chiusi, compresi i luoghi di lavoro privati o non aperti al pubblico, gli esercizi commerciali e di ristorazione, i luoghi di svago, palestre, centri sportivi.

I non fumatori, ma anche i fumatori, hanno applaudito e ne hanno goduto. Tuttavia, da allora, il numero delle persone che fumano è rimasto sostanzialmente stabile, nonostante alla legge siano stati accompagnati messaggi choc come quelli che appaiono sui pacchetti e continui aumenti di prezzo.

La media del consumo quotidiano è di 12 sigarette. I fumatori sono circa 12 milioni: su una popolazione italiana di poco meno di 60 milioni – da cui togliamo bambini, infermi, intolleranti… -significa che uno su quattro è dipendente.

Secondo altri dati, il 30% dei fumatori prova a smettere. Sei mesi dopo a esserci riuscito è il 9%, dato che inevitabilmente in seguito si abbassa.

Dall’altro lato, chi è intenzionato a chiedere aiuto trova sempre meno strutture pubbliche.Nel 2018 i centri antifumo sul territorio erano 360 oggi sono 268. Ci vanno 8mila persone l’anno.

Ad approfondire il tema è la rivista Prima Comunicazione in una lunga intervista a Michele Samoggia, responsabile Comunicazione e Sostenibilità di Philip Morris Italia.

“Le istituzioni sanitarie quando parlano di fumo pongono tre temi: prevenzione, cessazione, nuovi prodotti. Su quest’ultimo aspetto vorremmo aprire un confronto costruttivo. Il nostro lancio, “Sfumature”, nasce dalla necessità di restituire complessità al fenomeno, non come semplice contrapposizione fra due poli, ma consapevoli che il fumo è una questione estremamente articolata, che ha a che fare con tantissimi aspetti sociologici, culturali, psicologici, economici legati a una dipendenza difficile da lasciare” spiega Samoggia.

“A oggi, Philip Morris è l’unica azienda ad aver pubblicamente dichiarato l’obiettivo di voler uscire dal mercato delle sigarette. La nostra è una campagna di informazione che vuole partire dai numeri, e da quello che sta succedendo nel nostro settore, dalle trasforma-zioni rese possibili dalla tecnologia. L’obiettivo è capire che cosa si può fare in più rispetto alle politiche di prevenzione e cessazione, e che cosa di diverso. Sempre in una logica non polarizzata, evitando le contrapposizioni rigide”.

Principio della riduzione del danno

“Non si parla per esempio del principio della riduzione del danno, principio su cui basiamo quotidianamente la nostra vita in tanti settori, dalla dieta alla mobilità, e che però da noi finora non è stato applicato al settore del tabacco, cosa che invece avviene altrove.

La volontà è costruire nei prossimi anni un futuro senza fumo. Oggi i casi più emblematici sono Svezia, Nuova Zelanda e Regno Unito. Tutti e tre riconoscono il principio della riduzione del danno.

In Svezia per esempio si è raggiunto un numero di fumatori sotto il 5% grazie allo Snus, sacchettino di tabacco che si mette fra la gengiva e il labbro, con rilascio di nicotina ma senza combustione. L’assenza di combustione, come avviene anche nel tabacco riscaldato e nelle sigarette elettroniche, è la vera linea del Rubicone.

La nicotina dà assuefazione, e non è a rischio zero, ma i danni principali sono dovuti alle sostanze prodotte dal processo di combustione. Infatti, anche tutti i dispositivi me-dici per smettere di fumare – cerotti, spray, gomme da masticare – ragionano sullo stesso principio: hanno nicotina, ma non hanno combustione.

Il principio è quello della riduzione del danno. Il presupposto è che chi non fuma non deve iniziare e chi fuma dovrebbe smettere, ma non tutti lo fanno. Nel Regno Unito, dove ogni ottobre il ministero della Salute lancia la campagna Stoptober, fra i modi per lasciare le sigarette si citano anche questi prodotti tecnologici. E negli ultimi anni i fumatori sono diminuiti grazie alle sigarette elettroniche.

In Italia, tra principio di precauzione e riduzione del danno, prevale il primo. Il che significa prendersi del tempo per approfondire. Il rischio però è lo stallo, non spingere la ricerca scientifica. Se non c’è uno stimolo alla ricerca, i dubbi non avranno mai risposte con studi. Il ministero della Salute, rispondendo a una cali for evidente della Commissione europea che chiedeva se la regolamentazione del tabacco Fosse aggiornata rispetto alle ultime tecnologie, ha affermato che non dovrebbe essere previsto un confronto tra prodotti perché di fatto non effettuabile. Ma il principio non può essere una tesi di indimostrabilità, bensì la prospettiva di approfondimento”.

La sigaretta elettronica

“Nel 2018, prima dell’Fda, abbiamo presentato volontariamente i nostri studi scientifici al ministero della Salute sulla sigaretta elettronica il quale, dopo una valutazione fatta dall’Istituto superiore di sanità, ha concluso che le evidenze scientifiche non fossero sufficienti per riconoscere una riduzione delle sostanze tossiche o una riduzione del rischio rispetto ai prodotti a combustione.

Capiamo la preoccupazione. Ed è per questo che la riduzione del danno va considerata come un terzo passo di una strategia che deve innanzitutto mirare a prevenzione e cessazione. Ma davanti a un fumatore adulto che continua a fumare è giusto o no dirgli che oggi, grazie alla tecnologia, esistono prodotti alternativi senza combustione e quali sono le caratteristiche di questi prodotti?

Non sono innocui, come peraltro riportato dai pacchetti, ma sono delle alternative che hanno convinto quasi 4 milioni di fumatori in Italia. I dati dicono che grazie a questi prodotti le sigarette nel nostro Paese sono calate come mai negli ultimi anni. E’ un miglioramento o no?

Se continuiamo a dire che questi prodotti sono dannosi, senza metterli a paragone con le sigarette, non stiamo dando un’informazione completa al fumatore. Proprio in questi giorni tanti istituti italiani di fama internazionale hanno evidenziato come questi prodotti è probabile che siano meno dannosi delle sigarette tradizionali” prosegue Samoggia.

L’informazione e l’ascolto

“E’ un problema di informazione e di ascolto. Continuiamo a parlare dei fumatori senza parlare con i fumatori, delle loro esperienze, del perché hanno iniziato, di come hanno provato a smettere, se ci sono riusciti, cosa ha funzionato e cosa no, come dicevo cosa potrebbe essere fatto di nuovo o diversamente rispetto al passato. Il fumatore che sente lo stigma si sente solo, come testimonia anche una recente ricerca del Censis sul fumo” prosegue nell’intervista per Prima Comunicazione.

“È insieme alle istituzioni che si può affrontare la complessità. Per esempio: le aziende energetiche partecipano normalmente alle conferenze inter-nazionali. Esistono conferenze internazionali anche sul tabacco, ma lì c’è una totale preclusione, le aziende devono stare fuori dalla porta. Così ci perdiamo un pezzo di dialogo, di scienza e di ruolo dello Stato come stimolo del cambiamento. Intanto le aziende vanno avanti e stanno già pensando a prodotti senza la nicotina”.

Lo stabilimento di Bologna

“Il nostro stabilimento di Bologna, nato nel 2016 all’insegna delle nuove tecnologie, è il più grande sito produttivo totalmente dedicato ai prodotti senza combustione, dove testiamo anche tutti i nuovi processi che poi esportiamo nelle altre fabbriche del gruppo che stiamo riconvertendo a nuovi prodotti.

Lo stabilimento ha portato altri 600 milioni di curo di investimenti in nuovi macchinari negli ultimi tre anni, oltre al miliardo investito per la sua costruzione. Vi si trova anche un’Academy, inaugurata Io scorso anno per essere sempre all’avanguardia sulle competenze e nelle nuove tecnologie, perché serve una formazione continua di tutto il tessuto produttivo. L’Italia è il principale produttore di tabacco in Europa, oggi parliamo di 38mila occupati in tutta la filiera” conclude.

Finora abbiamo già convertito otto delle nostre 39 fabbriche in tutto il mondo. La sigaretta per secoli era rimasta un prodotto sostanzialmente uguale a sé stesso, invece adesso si entra nel mondo della tecnologia. Questo significa una totale trasformazione dell’azienda e delle competenze richieste.

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