2020 nero anche per il fashion system che ha subito una battuta d’arresto senza precedenti. I primi nove mesi dell’anno appena passato hanno segnato per i maggiori player mondiali del fashion una riduzione del giro d’affari cinque volte maggiore di quella registrata dalla grande industria. Giù del 23,7% il mercato europeo, fortemente penalizzato dal blocco dei flussi turistici, mentre quello asiatico ha visto un calo più contenuto (-10,1% escludendo il Giappone). A riportare questi dati il nuovo report sul sistema moda dell’Area Studi Mediobanca, presentato in occasione della terza edizione del “Fashion Annual Talk”, che aggrega i dati finanziari di 80 multinazionali del fashion e delle 177 maggiori aziende moda Italia.
Secondo il report, in tutte le aree geografiche boom delle vendite online, che hanno avuto un’accelerazione a doppia cifra (mediamente +60%). A risentire particolarmente la crisi le multinazionali europee del fashion (-22,9% le vendite, -10,9 p.p. il calo dell’ebit margin), rispetto a quelle statunitensi (-19,7%, -7,3 p.p.). Ci sono però anche buoni segnali, che vengono dall’ultimo trimestre del 2020: si è attestato un rimbalzo del fatturato a livello aggregato (+17%), con un ritmo di ripresa differente a livello geografico e a seconda delle specialità.
Analizzando i dati del 2019 gli 80 maggiori player mondiali del fashion, con un giro d’affari superiore a un miliardo di euro, hanno fatturato 471 miliardi (+26,5% sul 2015 e +4,9% sul 2018), di cui il 56% generato dai gruppi europei e il 34% dai nordamericani. Fra i 38 gruppi europei, l’Italia con le sue big 10 è il paese più rappresentato a livello numerico, ma viene superata dalla Francia, con una quota del 36% del fatturato aggregato, per quanto riguarda il primato per giro d’affari. Comanda Lvmh, giro d’affari di 53,7mld, distanziati, di molto, da Nike (33,3mld), Inditex (28,3mld), che controlla Zara, la tedesca Adidas (23,6mld), la svedese H&M (22,3mld), la giapponese Fast Retailing (18,8mld), che detiene il brand Uniqlo, ed EssilorLuxottica (17,4mld). 34esima, e prima tra le italiane, Prada (3,2mld).
Il report dell’Area Studi Mediobanca ha analizzato anche la varietà di genere nei board delle 80 multinazionali mondiali della moda. Emerge il calo della presenza femminile all’aumentare del livello di responsabilità in azienda: la quota di donne sul totale della forza lavoro è mediamente pari al 65,9%, ma scende al 29,3% a livello di cda. Situazione diversa per i gruppi statunitensi, che hanno più consiglieri donna (34,1%) rispetto a quelli europei (27,9%). Ampiamente sopra la media europea si collocano i player francesi e britannici con una quota di donne presenti nei cda pari rispettivamente al 43,1% e 36,9%. Male i gruppi italiani che si fermano al 21,3%. Le meno rappresentate nelle loro aziende sono le donne giapponesi: solo una ogni dieci consiglieri.
Riguardo all’impegno green nella moda, dall’analisi dei bilanci di sostenibilità 2019 emerge invece che le multinazionali mondiali della moda si sono impegnate per un futuro più sostenibile ponendo maggior attenzione alla salvaguardia dell’ambiente. Giù i consumi idrici (-3,4%), le emissioni di CO2 (-5,1%), i rifiuti prodotti (-3,1%) e aumenta il ricorso all’energia elettrica rinnovabile (dal 42,6% nel 2018 al 49,9% nel 2019). Mediamente più sostenibili i gruppi statunitensi rispetto a quelli europei: solo in un indicatore, quello dell’utilizzo di energia rinnovabile, i gruppi europei si posizionano meglio degli statunitensi, attingendo da fonti green il 59% del proprio fabbisogno energetico rispetto al 38% degli americani. Sempre dall’analisi dei bilanci di sostenibilità emerge che i fornitori dei maggiori player mondiali del fashion sono localizzati per il 63% in Asia, per il 28% in Europa e per il 5% in Nord America, con punte di oltre il 90% in Asia per il fast fashion e l’abbigliamento e calzature sportive.
Infine, un segnale inequivocabile dell’eccellenza della filiera italiana: mediamente oltre un quarto dei fornitori dei gruppi europei della moda ha sede in Italia, con picchi di oltre l’80% nella fascia alta del mercato.








