Abbiamo finito le parole per commentare, deprecare, piangere le morti sul lavoro, scrive Marco Revelli sulla Stampa. Le abbiamo finite perché sono diventate vuote, evanescenti, se ogni giorno ci ripresenta la stessa catena luttuosa, diversa nei nomi delle vittime e delle imprese, ma uguale nell’apparente inarrestabilità dei casi. E’ toccato questa volta a due lavoratori del milanese, morti nel modo più atroce, trasformati in statue di ghiaccio nell’ospedale Humanitas. Quasi contemporaneamente altre due vittime, nel torinese e nel padovano, proprio nel giorno in cui, come dicono le cronache, il governo ha annunciato “il giro di vite sulla sicurezza nei luoghi di lavoro” con “alcuni interventi di immediata realizzabilità in materia di tutela della sicurezza e della salute”.
Buone intenzioni, certo, ma che sembrano il classico scoglio per fermare il mare. In realtà viviamo avvolti in una rete di provvedimenti, codici e codicilli, finalizzati alla “sicurezza sul lavoro”. Lo sa chi deve gestire un’impresa, sia pur piccola o piccolissima, e si trova impaniato in un’infinità di protocolli procedure e incombenze spesso solo formali. Mentre intanto intorno si continua a morire, per una macchina orditrice manomessa, una fresatrice modificata, un sifone difettoso, un ponteggio mal fissato, una cisterna non controllata, un carico non ben fissato…
Non si muore tanto “sul lavoro”, si muore “di lavoro” perché troppo spesso conta più il prodotto del produttore, il risultato più che il modo per raggiungerlo, le cose – la quantità di cose – più che la vita delle persone. Forse una vera “politica della sicurezza” dovrebbe passare, oggi, per la scoperta del valore esistenziale di un uso consapevole e riflessivo del tempo, che lo sottragga all’abuso dissennato che troppo spesso se ne fa ignorando la saggezza atavica degli antichi che ritenevano, appunto, che il tempo appartenga al Dio più che agli uomini, e che per questo vada rispettato, pena la sua cruenta vendetta.








