L’ agenda che ciascuno di noi aveva in mente un paio di mesi fa per il 2022 è stata spazzata via dalla crisi in Ucraina. Ora – sostiene Marcello Zacché sul Giornale – va riscritta da capo. Ma l’incertezza è tale che non siamo in grado di fare previsioni: le principali variabili economiche, da cui dipendono lavoro o reddito, sono in movimento. Vale sia per le grandezze reali, sia per quelle finanziarie; sia per l’Italia, sia per l’Unione Europea.
Possiamo chiamare questa nuova e imprevista situazione un tipo di «economia di guerra», nella quale siamo già entrati. Qualcosa del genere era capitato anche due anni fa, con lo scoppio della pandemia, non a caso paragonato a una guerra.
Ma mentre quel tipo di situazione – altrettanto imprevista – trovava una dimensione ben precisa nel lockdown, autoimposto per motivi sanitari, questa volta ci troviamo di fronte a una vera guerra; che affrontiamo senza mandare nessuno al fronte, ma essendo parte di una comunità – quella «atlantica» – che ha deciso di combattere facendo un nuovo tipo di resistenza: quella economica. Nessuna perdita umana, perché quello è un prezzo che non intendiamo pagare. Ma conseguenze economiche e finanziarie molto pesanti: queste sì, le dovremo sopportare. E mutamenti di equilibri geopolitici e sociali.
Non è un caso che l’Istat, ieri, abbia lanciato l’allarme per centinaia di migliaia di famiglie italiane che, con l’aumento dell’inflazione, rischiano di oltrepassare la soglia della povertà. Questa nuova resistenza sarà fatta di piccole e grandi privazioni.
È l’economia di guerra: nelle nostre case farà più freddo in inverno (e più caldo in estate), perché abbassare il termostato di uno o due gradi, da 21 a 19 per esempio, è una forma di resistenza perché riduce il surplus commerciale russo. Lo stesso varrà per la luce, che deriva anch’essa in buona parte dal gas che importiamo da Mosca: staremo più al buio, in casa e per strada. Ci muoveremo anche meno, risparmiando sulla benzina.








