Per affrontare il problema dei costi dell’energia, il governo deve convincersi che serve una strategia di lungo periodo e non l’ennesimo cerotto aspettando la cura. Lo scrive Zacché sulla prima pagina del Giornale.
Per contrastare l’aumento delle bollette il governo prepara un intervento di «ampia portata» per i prossimi giorni. Lo ha detto ieri Mario Draghi che, alla sua prima uscita dopo la corsa al Quirinale, ha messo la crisi energetica in testa nella classifica delle emergenze nazionali. Una piaga già da tempo più grave della stessa pandemia.
Il problema è il metodo da adottare. Che non può certo essere quello degli interventi trimestrali a tamponare le falle. Circolano cifre tra 5 e 7 miliardi, che finirebbero sul tavolo per compensare, selettivamente, gli aumenti di luce e gas per famiglie e imprese. Ma un tale intervento non farebbe che sommarsi ai 3 miliardi stanziati a settembre e ai 3,8 di dicembre, senza giungere a una soluzione strutturale.
Con gli interventi tampone, rischiamo di bruciarci una bella fetta dei fondi del Pnrr. Basta ricordare che nel 2022 la bolletta energetica in termini di bilancia dei pagamenti è prevista al raddoppio: 85 miliardi contro i 45 dell’anno scorso. Se l’obiettivo si possa raggiungere puntando sul nucleare, con lo sblocco del gasdotto dalla Russia Nord Stream II, o ancora attraverso altri sistemi, fa parte del ventaglio di opzioni strategiche a disposizione. Alcune delle quali richiederebbero complicate mosse sullo scacchiere geopolitico.
Ma è proprio su questo che il governo Draghi dovrebbe dare una forte accelerazione, secondo Zacchè. E se c’è un leader che sa qual è la forza che le parole possono esercitare sui comportamenti del mercato (in questo caso sui prezzi dell’energia), questi è proprio l’ex presidente della Bce: se sei autorevole e affidabile, è sufficiente un «whatever it takes», detto quando e come si deve. Ecco quello che serve ora per l’interesse nazionale.








