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Marcello Cattani, presidente di Farmindustria: “La strategia Ue ci aiuti a competere con Cina e Usa”

L’Europa deve puntare sui settori che danno più alto valore aggiunto economico, scientifico e tecnologico. Quali? la risposta è nei numeri: se vogliamo dare sviluppo, competitività e attrattività vanno sostenute le filiere che stanno dando il più alto contributo alla crescita europea e l’industria farmaceutica è tra i primi, anche perché è un settore strategico per la sicurezza e la difesa”.

Così Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, in una intervista a ‘Il Sole 24 Ore’ guarda con speranza al vertice europeo di ieri e invita la Ue a guardare di più alla filiera delle life science.

Se non ci fosse l’industria farmaceutica – lo dicono i numeri appunto – il saldo della bilancia commerciale dell’Europa con l’estero passerebbe da un attivo di 145 miliardi di euro a un passivo di 47 miliardi. Nel 2025 l’export Ue del farmaco ha raggiunto 320 miliardi, “oltre un quarto arriva dall’Italia che nel 2025 supererà i 70 miliardi di esportazioni con una crescita del 30% in un anno, dieci volte la crescita media del nostro export e con l’Istat che ha appena certificato che l’indice di produzione industriale è cresciuto in un anno del 3,8% per la farmaceutica contro un -0,5% della media manifatturiera. Sono numeri straordinari”.

L’Europa non scommette già sulla farmaceutica? “Se guardo a cosa fanno Cina, Usa, Singapore, Arabia Saudita dove il denominatore comune è quello di scalare l’innovazione direi di no – precisa CattaniAnzi la Commissione Ue ha da poco approvato un pacchetto di norme sulla farmaceutica che addirittura riduce la tutela brevettuale sui farmaci e l’ha fatta passare come un clamoroso successo per la competitività. Si tratta di una bugia colossale perché ora abbiamo un brevetto più debole rispetto a Usa e Cina. Quello che chiediamo è di partire almeno dalle stesse condizioni dei nostri competitor altrimenti in tempi brevi la farmaceutica in Europa farà la stessa fine di automotive o siderurgia”.

Ora c’è anche la politica aggressiva Usa di Trump che sta spostando gli investimenti e tagliando i prezzi dei farmaci. “Gli Usa vogliono ribilanciare gli oneri della ricerca e sviluppo che hanno in gran parte sostenuto negli ultimi 25 anni – prosegue il presidente di FarmindustriaE gli effetti dei dazi e del principio del ‘Most favored nation’ (applicare negli Usa i prezzi più bassi applicati dagli altri Paesi come l’Italia, ndr) già si vedono così come lo spostamento degli investimenti: l’Europa ha già perso 100 miliardi di investimenti da parte delle multinazionali e delle imprese del farmaco previsti nei prossimi 5 anni in favore dell’America e una quota importante di questi investimenti avrebbero potuto riguardare l’Italia”.

C’è il rischio che le nuove terapie arrivino più tardi in Europa. “Certamente, così come c’è il rischio che le nuove terapie arrivino più tardi in Europa. Gli Usa – ricorda Cattani – restano il primo mercato mondiale e quello più attrattivo, mentre in Europa i prezzi ancora non tengono conto del valore effettivo delle terapie. Per finanziare la sanità servono più fondi a fronte di fenomeni importanti come l’invecchiamento crescente della popolazione e l’innovazione che richiede investimenti importanti”.

Qual è la situazione in Italia? “Con il Governo abbiamo un rapporto molto proficuo e abbiamo scritto anche alla premier Meloni in vista di questo vertice sulla competitività. Credo che serva un cambio di paradigma: il paradosso è che in Italia non si sanno con esattezza le prestazioni sanitarie che vengono erogate perché non le sappiamo misurare. Tutti puntano il dito contro l’unica cosa che si riesce a misurare che sono i farmaci – avverte – È una stortura incredibile perché delle altre prestazioni sanitarie non sappiamo qual è la qualità, quali sono gli outcome, qual è il beneficio reale che viene dato al cittadino al contrario dei farmaci per i quali si possono conoscere i benefici clinici diretti e indiretti, i costi evitati assistenziali e previdenziali che assicurano perché lo dobbiamo dimostrare nel momento in cui ne chiediamo la registrazione. Ma poi questa visione del valore viene messa da parte e prevale unicamente una valutazione quantitativa e non qualitativa”.

Di fronte all’aumento della spesa farmaceutica si stanno studiando diverse misure. Cosa si attende? “La spesa farmaceutica ha un trend naturale di crescita rispetto a un sistema di tetti che è inadeguato alla domanda di salute e per il quale ci sarà sempre uno sfondamento. Noi siamo contrari a ogni misura che non abbia un criterio scientifico e che punti invece sui tagli lineari – conclude – Per il 2025 le imprese farmaceutiche che operano in Italia dovranno pagare 2,3 miliardi di payback. Ecco se prendiamo queste cifre e le inseriamo nel contesto globale attuale di accesa competizione tra Paesi ci rendiamo conto di quanto queste scelte spostino gli investimenti da un’altra parte rispetto all’Italia, con il rischio di ritardare la disponibilità di nuove cure e vaccini agli italiani”.

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