Su Repubblica Luigi Manconi commenta la sentenza pronunciata ieri dalla Corte di Assise di Taranto sulla vicenda Ilva. «Le condanne per disastro ambientale inflitte a tutti i responsabili dell’impianto dicono che è stato provato il rapporto diretto tra le emissioni nocive e la strage che, da oltre mezzo secolo, devasta quella città e quel territorio. Il reato principale è di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, che dovrà passare al vaglio dell’Appello e della Cassazione, e che dà la misura della posta in gioco (giudiziaria, sociale e morale) di questo processo. Ma al di là della qualificazione del delitto come doloso, che può legittimamente suscitare perplessità, possiamo dire che è stato affermato il controllo della giurisdizione sull’attività produttiva e sulle sue conseguenze; e che è stato sancito il primato della tutela della salute come interesse pubblico e diritto fondamentale.»
«La sentenza ha il senso di una svolta storica, alla quale si è giunti grazie alla funzione di supplenza della magistratura. Una funzione, per una volta, virtuosa, ma che enfatizza, in maniera ancora più stridente, il vuoto della politica. Perché, ora che sono state emesse le condanne, resta un dilemma enorme: che fare dell’acciaieria ieri Ilva, oggi ArcelorMittal? Nella nuova azienda, c’è ancora molto della precedente: l’area a caldo viene messa sotto confisca: e ora costituisce il punto maggiormente critico sia per le prospettive di profitto dei nuovi proprietari, che per il progetto di complessiva riqualificazione ambientale. Oggi» conclude Manconi, «ciò che serve è un coraggioso programma di rinascita, pensato e coordinato dal Governo nazionale, in grado di affrontare i nodi aggrovigliati che la sentenza ha evidenziato spietatamente, ma che solo una politica responsabile e ambiziosa può cominciare a sciogliere».








