Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Luca Manzoni (Banco Bpm): «Le banche hanno un ruolo primario nel finanziare le imprese per la ripartenza»

La ripresa dell’economia italiana ha spiazzato il mondo delle imprese che in questi ultimi mesi hanno dovuto rivedere non solo le aspettative ma anche i processi produttivi. La liquidità che nel corso della pandemia era per lo più servita per garantire la continuità aziendale, oggi viene impiegata per ristabilire la capacità produttiva e mettere in campo gli investimenti necessari per sfruttare il mutato contesto economico. In questo quadro le banche, spiega il responsabile corporate di Banco Bpm Luca Manzoni, saranno chiamate a giocare un ruolo di primo piano anche se le imprese dovranno sforzarsi di cercare fonti di finanziamento alternative al credito.   

Manzoni, che situazione vede in queste settimane nel tessuto produttivo italiano?   

“La mia direzione lavora principalmente con le aziende medio-grandi, anche se spesso siamo in grado di intercettare il sentiment delle realtà più piccole. Fatta questa premessa, posso dire che sia la fine del 2020 che la prima metà del 2021 sono stati periodi positivi. La domanda di crediti garantiti dallo Stato è diminuita e molte imprese hanno rimborsato in anticipo i finanziamenti richiesti nei primi mesi della pandemia. Segno che l’incertezza si va progressivamente diradando.  Questo vale soprattutto per le realtà più solide che, dopo aver messo fieno in cascina nel corso del 2020, oggi sono pronte a cogliere le opportunità della ripresa. Una tendenza che riguarda sia le grandi che le piccole imprese”.    

In questo scenario che priorità finanziarie hanno oggi le aziende?   

“Le priorità sono diverse. In primo luogo la brusca ripresa registrata in questi ultimi mesi ha spinto molte aziende a chiederci  liquidità aggiuntiva per ristabilire la capacità produttiva e sostenere le attività commerciali, dall’export all’import. Una seconda area di attenzione sono gli investimenti che, dopo oltre un anno di stop, oggi numerose imprese intraprendono usando prima i mezzi propri e poi il credito bancario. In terzo luogo c’è il capitolo del debito”.   

Debito che negli ultimi 18 mesi è cresciuto molto per il tessuto produttivo. Lo stock è sostenibile?   

“Sicuramente lo stock è impegnativo. Basti pensare che il periodo medio di rimborso di un finanziamento per il debitore medio italiano è raddoppiato, superando i quattro anni. Un boom legato anche all’intenso ricorso alle garanzie pubbliche che oggi nel nostro paese coprono circa il 9% degli impieghi bancari. Il problema dei prossimi mesi sarà quindi come gestire questa esposizione. Ritengo che sarebbe opportuno spalmare i debiti garantiti su un periodo più ampio, auspicabilmente una decina di anni.

Un secondo canale molto utile sarà quello del Patrimonio destinato di Cassa depositi e Prestiti che ha messo a disposizione una forma di debito subordinato sotto certi aspetti assimilabile all’equity. Ma soprattutto il sistema finanziario dovrà spingere le aziende a intensificare le operazioni sul capitale come alternativa al debito bancario. Con le opportune cautele, a questo scopo potrebbe concorrere una parte del risparmio degli italiani, oggi spesso indirizzato verso i mercati liquidi internazionali oppure immobilizzato in investimenti poco  remunerativi. Come si è fatto prima con i Pir e poi con gli Eltif, parte di queste risorse andrebbero indirizzate verso aziende sane e produttive in grado di generare ritorni di assoluto interesse per i risparmiatori”.   

Vede già qualche segnale in questa direzione?   

“Sicuramente tutte le crisi innescano ampi processi di ristrutturazione e mi aspetto effetti simili anche a valle della pandemia. Già oggi sul mercato si vedono i primi segnali di fermento. A partire dal mondo della moda si è tornato a discutere di m&a, mentre i private equity internazionali sono determinati a restare ben posizionati sul made in Italy. Ma soprattutto è in corso un cambiamento culturale al vertice di moltissime pmi. I passaggi generazionali e la maggiore sensibilità all’innovazione mi sembrano forieri di importanti cambiamenti”.    

A proposito di cambiamento, che effetti si aspetta dalla crescente attenzione ai temi Esg?   

“L’attenzione a questi temi è molto di più di una moda passeggera. La sensibilità degli stakeholder di aziende e istituzioni finanziarie è cambiata in modo radicale e oggi ignorare questa trasformazione rischia di far finire un imprenditore fuori mercato. In Banco Bpm per esempio, consapevoli di questa sfida, abbiamo avviato sette cantieri in cui lavorano attualmente 50 fra colleghe e colleghi che appartengono a 15 diverse direzioni della banca. Il tema Esg, del resto, ha implicazioni che intersecano a vario titolo le molte anime della banca: dal risk management alle politiche creditizie alle risorse umane. Ecco perché l’attenzione deve essere massima. Per le imprese, in particolare, abbiamo avviato un plafond da 5 miliardi destinato ai finanziamenti sostenibili”.   

In questo contesto di profonde trasformazioni si inserisce anche il consolidamento del sistema bancario. Che implicazioni potrebbe avere questo aspetto sulle politiche del credito?   

“Banco Bpm ha dimostrato in questi anni di essere e venire considerato dagli imprenditori il terzo polo bancario e in questo senso abbiamo sempre lavorato, ottenendo i risultati che ci eravamo prefissi. Peraltro, l’importanza di poter contare su tre grandi banche a disposizione delle imprese è stata affermata recentemente da importanti protagonisti  dell’economia, del mondo industriale e del credito; penso per esempio alle recenti dichiarazioni in tal senso di Alessandro Profumo”. 

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.