“Sui conti bancari italiani è presente una liquidità immobilizzata che ha superato i 1.700 miliardi di euro. Eppure, dall’altra parte esiste un’economia reale composta da startup e pmi innovative che non riesce a trovare i fondi necessari per poter crescere ed evolversi”. A sostenerlo è Lorenzo Ferrara, presidente e co-founder di Open Seed, veicolo d’investimento nato nel 2016, con lo scopo di sostenere startup a elevato potenziale di crescita.
Investire nelle aziende più promettenti quando sono ancora nelle prime fasi della propria vita è il compito di Open Seed. Un lavoro non facile e frutto di una grande selezione. Infatti, solo una piccolissima parte delle startup che si candidano o che vengono presentate al team viene poi portata a bordo e seguita dai mentor di Open Seed. Lorenzo Ferrara illustra i 10 motivi che più spesso fanno fare marcia indietro a un investitore nei confronti di una startup.
- Vorrei spiegare a voce. Qualche startup ci contatta senza dirci nulla dell’idea o del business, ma chiedendo subito un appuntamento per raccontarci tutto a voce. Questa cosa non ci piace. Fare lo ‘sforzo’ di mettere nero su bianco un progetto per spiegarlo è un passo fondamentale per iniziare un dialogo.
- Prima di parlare serve un Nda. Si tratta di un atteggiamento che indica chiusura. Eppure, ci sono casi di startup che pretenderebbero di far firmare un Nda a chiunque fosse disposto ad ascoltarle. Noi le scartiamo subito. Non c’è idea che tenga senza un buon team alle spalle.
- Numeri fantasiosi. Sappiamo tutti che il business plan di una startup early stage è per forza di cose un grande esercizio di stile. Ma indicare numeri falsi relativi a un fatturato che non esiste, solo per ingolosire l’investitore, è uno dei primi motivi per fare un passo indietro.
- Lavoriamo altrove ma se troviamo i fondi ci dedicheremo al progetto. Un cliché fin troppo diffuso. Costruire un progetto da zero è faticoso e rischioso, ma non può essere fatto nei ritagli di tempo libero. Se tu non ti dedichi a pieno alla tua startup, significa che non ci credi fino in fondo. Allora, come puoi pensare che ci creda io e ci metta anche dei soldi?
- Scalabilità limitata. Una startup si differenzia da qualsiasi altra impresa per la sua capacità di crescere in maniera esponenziale. Se individuiamo un elemento che rallenta o blocca la scalabilità, per esempio richiede una consulenza professionale per ogni nuovo cliente, facciamo marcia indietro.
- Limiti del team. La composizione del team è fondamentale. Una squadra composta solo da tecnici senza co-founder con competenze in marketing e sales parte con delle difficoltà evidenti perché non sarà in grado di pianificare una strategia di vendita e di promozione/creazione del proprio brand.
- Stipendi stellari. Tutte le startup hanno bisogno di fondi, saperli amministrare bene è un’altra cosa. Quando ci rendiamo conto che i founder si attribuiscono stipendi importanti già durante la fase di pre-seed, quando cioè la startup non sta ancora fatturando nulla, capiamo che per noi non va bene.
- La startup che non decolla. Se la fase di startup dura già da oltre un paio di anni e il business non decolla, forse ci sono problemi a monte che dal nostro punto di vista non vale la pena accollarsi. In genere, tendiamo a investire su idee fresche e innovative in cui c’è anche entusiasmo e voglia di crescere velocemente.
- Mercato troppo piccolo. Ci sono idee buone e team eccellenti che però decidono di lavorare all’interno di un mercato di riferimento troppo di nicchia o comunque troppo limitato che non offre margini di crescita. In quel caso, si potrà creare un’ottima azienda, ma non è una startup sulla quale noi punteremmo.
- Un business model troppo lento. La velocità di esecuzione è uno dei fattori che connotano una startup. Noi non puntiamo su progetti che si basano su modelli di business con tempistiche troppo dilatate. Il mercato è in continua mutazione e quello che funziona adesso, potrebbe non avere lo stesso successo fra un anno.
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