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[Lo scenario] Tutto il mondo in balia dell’inflazione ma l’Europa è messa peggio. Ecco perché 

Le crisi degli ultimi due anni hanno avuto un forte impatto su tutto il mondo, ma l’Europa sembra essere rimasta ferita in modo particolare. A spiegarlo è Pablo Duarte, Senior Research Analyst del Flossbach von Storch Research Institute.

«Per due anni il coronavirus e i relativi lockdown hanno tenuto in scacco l’economia mondiale. Poi, quando in Occidente l’emergenza pandemica stava quasi per rientrare, le truppe russe hanno invaso l’Ucraina. L’attacco russo e l’imposizione di nuovi lockdown in Cina hanno fatto ulteriormente lievitare i prezzi delle materie prime e provocato altre strozzature alle catene di approvvigionamento. Una certa tendenza alla stagflazione – cioè stagnazione economica combinata all’inflazione – si era già manifestata all’inizio dell’anno, ma ora il conflitto in Ucraina e le misure restrittive di Pechino hanno esacerbato questa dinamica. L’Europa zoppica. Dopo il declino globale della produzione economica nel 2020, tra le maggiori economie solo l’Eurozona non è ancora riuscita a recuperare il precedente tracciato di crescita».

«Negli Stati Uniti, il pil reale per il 2020 era sì calato, ma nel 2021 – grazie a una rapida ripresa prima nell’industria e poi nel commercio al dettaglio – la tendenza si è di nuovo allineata a quella osservata fra il 2009 e il 2019. In Cina, il pil era rimasto in territorio positivo già nel 2020 e nel 2021 è tornato a superare la soglia di espansione tendenziale del 6-7%. Ora però Stati Uniti ed Europa sono in balia di un’impennata da record dell’inflazione. Una politica monetaria espansiva, associata ai persistenti problemi di approvvigionamento, ha creato un eccesso di domanda in entrambe le regioni» ragiona Duarte su Milano Finanza. 

«Le banche centrali dovrebbero risolvere il problema inasprendo il loro approccio monetario – strategia che però avrebbe successo solo se i tassi d’interesse nominali superassero quelli d’inflazione. Uno scenario tutt’altro che auspicabile dagli Stati membri dell’Eurozona altamente indebitati. Tassi d’interesse reali positivi andrebbero a pesare anche sul mercato azionario, mettendo in difficoltà i responsabili politici negli Stati Uniti. Le banche centrali non possono rimanere completamente inerti di fronte a un’inflazione galoppante. La Federal Reserve ha già iniziato ad aumentare i tassi d’interesse e anche la Bce vuole revocare prima del previsto il suo programma di acquisto di obbligazioni e ha già aperto le porte a un aumento dei tassi di riferimento entro fine anno. Tutto questo ha suscitato sui mercati la paura di una recessione». 

«Perché se aumentano i tassi non può aumentare anche la crescita, ma anche e soprattutto perché l’Eurozona, che non si è ancora del tutto ripresa economicamente da due anni di pandemia, ora deve anche fare i conti con le sanzioni contro la Russia. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si sono lasciati alle spalle la pandemia e possono beneficiare del forte rincaro delle materie prime. Lì invece della stagflazione, è plausibile uno scenario di coesistenza di crescita e inflazione, la cosiddetta growthflation».

«C’è però il rischio che un surriscaldamento dell’economia statunitense provochi un inasprimento della politica monetaria, che scatenerebbe a sua volta una recessione. Non possiamo, tuttavia, tralasciare il clima di incertezza in Cina. Le prospettive per la Cina dipendono da quanto sarà prolungata la strategia governativa “zero Covid” e da quanto il calo dei prezzi immobiliari inciderà sul settore finanziario. Se è vero che Pechino intende contrastare in modo energico qualunque crisi, è altrettanto vero che questo atteggiamento potrebbe compromettere la crescita del paese in un’ottica di più lungo termine, facendo vacillare l’accettazione politica del Partito». 

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