L’emergenza dell’energia sta mostrando lati sempre più paradossali: numerose imprese della manifattura ritengono “più conveniente” la rinuncia al fatturato a fronte degli elevati costi energetici, e ciò si sta riversando anche sui fornitori di energia. Sempre più operatori si trovano costretti ad affrontare una crisi di liquidità senza precedenti che li costringe a rinunciare ai clienti e, sicuramente, a non cercarne di nuovi. Mosse culminate in alcuni casi in modifiche unilaterali dei contratti o alla rescissione di quelli in essere, costringendo l’Antitrust a intervenire.
A peggiorare la situazione è però il concreto rischio che la bolletta possa trasformarsi in un vero e proprio npl energetico. Da un lato, le utility europee, in base ad alcune stime, potrebbero aver bisogno di almeno 1.500 miliardi di liquidità a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia; dall’altro il rischio concreto di insolvenza dei clienti. Tanto che, come rivelato da MF-Milano Finanza venerdì 21, è possibile che a partire da gennaio 2023 il mancato pagamento delle bollette possa creare un buco fino a 5 miliardi di euro nei bilanci dei gruppi energetici.
Il calcolo, si intende, è attualmente basato su una simulazione legata a una serie di fattori. Basti pensare che negli ultimi nove mesi, a causa dell’aumento dei prezzi energetici, ben 4,7 milioni di italiani avrebbero saltato il pagamento di una o più bollette di luce e gas, stando a un’indagine commissionata da Facile.it. Ma il prezzo, molto probabilmente, è destinato a salire ancora, mettendo in ulteriore difficoltà nel pagamento della bolletta un terzo circa degli italiani. Solo alla luce di questo dato è possibile che il buco si aggiri intorno a due miliardi di euro.
Il vero contraccolpo per le compagnie energetiche, però, arriverà con l’anno termico: l’effetto sarà visibile a gennaio 2023, quando alle famiglie sarà consegnata la bolletta sui consumi relativi a novembre e dicembre. Solo in quel momento si avrà realmente contezza degli insoluti, che molto probabilmente arriveranno al 15% delle forniture, toccando cioè circa 7 milioni di contratti e portando così il valore a lievitare fino ai circa 5 miliardi di euro.
Come detto, però, la situazione è ancora più delicata perché si aggiunge a un problema di circolante e di cassa a cui numerose utility devono far fronte e che, come rivelato da una indagine di Oliver Wyman visionata in esclusiva e pubblicata su questo giornale l’1 ottobre scorso, rischia seriamente di portare al default il 15% delle 500 aziende attive in Italia nella fornitura di luce e gas. Un collasso che impatterebbe su oltre 1,5 milioni di consumatori sull’intera filiera, con la concreta possibilità che gli impatti si estendano sia a quelle realtà che fino a oggi hanno dimostrato una condizione finanziaria più resiliente sia – soprattutto – ai piccoli operatori, con un conseguente rischio sistemico.
Così, un aumento del rischio di credito causato dai prezzi delle materie prime in costante crescita, la limitata stabilità finanziaria dei retailer non integrati sulla filiera e la limitata liquidità di mercato stanno mettendo sotto stress sicuramente i bilanci delle aziende puramente retailer, senza però risparmiare neanche quelli più integrati (seppur questi ultimi conseguano maggiori profitti). Il nodo, come aveva spiegato Angelo Rosiello, partner di Oliver Wyman, è legato, tra gli altri, «ai brevi tempi di pagamento legati all’approvvigionamento di commodity a mercato, solitamente settimanali, che determinano un esborso più veloce rispetto all’incasso dei crediti cliente».
Questo stato impone alcune riflessioni sulla gestione della situazione da parte delle utilities. In primis, la necessità di un sostegno a livello di autorità bancarie che permetta agli istituti di fornire garanzie tali da consentire agli stessi di “assumersi determinati rischi”, dice Rosiello. Un circolo virtuoso che a questo punto metterebbe l’istituto di credito nella condizione di poter concedere più agevolmente linee di credito ai soggetti più vulnerabili.
Il tema delle garanzie, del resto riguarda da vicino anche i big del comparto, i quali nonostante abbiano le spalle larghe per contenere i danni dell’emergenza, sono comunque costretti a richiedere credito per far fronte alle cosiddette margin call, cioè la liquidità che va anticipata come garanzia a fronte dei futures acquistati come copertura sui contratti di vendita di energia. Si veda per esempio Enel, in trattativa con un pool di banche per una nuova linea di credito fino a 16 miliardi, che beneficerà della garanzia Sace fino al 70% dell’importo, proprio per ridurre il rischio derivati legato all’aumento dei prezzi dell’energia. E non è escluso, secondo alcune indiscrezioni raccolte tra gli addetti ai lavori, che l’impossibilità di coprirsi adeguatamente alle margin call possa portare al fallimento di alcuni colossi stranieri ma molto attivi in Italia.
Una recente misura per venire incontro ai problemi di liquidità dei gruppi energetici è stata quella introdotta dall’autorità di sistema Arera, la quale ha stabilito la possibilità di applicare dei contratti di durata mensile, che possono essere rinnovati al termine ma consentono di incassare (auspicabilmente) nella metà del tempo solito (due mesi). Nonostante tali misure, tra i gruppi cresce la concezione che il cliente possa paradossalmente rivelarsi un rischio. Un tema che ha cambiato anche il concetto delle operazioni m&a nel comparto, trasformando quel che, fino a un anno e mezzo fa, era considerato quasi un feticcio in un possibile npl, o quantomeno incaglio.








