Il conflitto in Ucraina, mentre si affievolisce lo spettro della pandemia, sta portando gli Stati Uniti e l’Europa alla recessione. Questa l’analisi di Fabrizio Galimberti e Luca Paolazzi, secondo cui «non ci sono molte vie di fuga», perché al di qua dell’Atlantico la crisi è causata dal rincaro delle materie prime, energetiche e non, che sono importate, cosicché tale rincaro ci rende più poveri. Mentre al di là dell’Oceano «si profila come l’inevitabile danno collaterale della restrizione finanziaria».
«La Fed» sottolineano i due economisti «preconizza un atterraggio morbido, ma è pronta a causarne uno violento pur di fermare l’inflazione prima che si incarnisca nelle aspettative e nei comportamenti». Paolazzi e Galimberti osservano però che «l’unica possibilità, acciocché l’inversione di marcia del ciclo economico non si concretizzi, è che la ripresa in atto abbia una tale forza da resistere ai due potenti venti contrari della guerra europea e della restrizione finanziaria».
«Effettivamente» fanno notare «l’aumento della domanda è molto robusto, grazie alla riapertura delle attività sociali, ai risparmi accumulati durante il passato biennio, agli investimenti privati imprenditoriali per adeguare gli impianti, agli investimenti pubblici in infrastrutture, agli investimenti residenziali (incluse ristrutturazioni)».
«Tuttavia», prosegue il ragionamento dei due esperti «le indagini qualitative dicono che gli ordini aumentano meno velocemente (sebbene ce ne siano ancora molti in portafoglio) e la fiducia nel futuro si sta riducendo (tra i consumatori italiani è crollata ai livelli del marzo 2020), pur prevalendo finora l’ottimismo tra le imprese. Ma, a meno di poco probabili rappacificazioni sul fronte ucraino, l’impatto della guerra sulla voglia e sulle possibilità di spendere si farà sentire ancora di più nella seconda parte della primavera e in estate».
«Nella pandemia erano stati i servizi a essere soprattutto penalizzati, questa volta è l’industria manifatturiera a risentirne di più. L’Europa potrà fare a meno del gas russo» stimano Paolazzi e Galimberti «se è pronta a sacrificare qualche punto di Pil. Per l’Italia il Def contiene una simulazione con blocco del gas russo: la crescita 2022 scende dal 3,1% allo 0,6%, il che implica una brusca caduta lungo quest’anno, visto che dal 2021 abbiamo ereditato un 2,3% (0,6-2,3=-1,7% in media d’anno)».
«Resta da vedere» concludono «cosa succede quando gli ostacoli (pandemici e bellici) all’offerta si accompagnano a una domanda alimentata dai risparmi accumulati dagli aiuti Covid, e l’inflazione da materie prime tracima nei prezzi al consumo, mentre sullo sfondo rullano i tamburi di guerra e un popolo intero diventa “carne da cannone”. Gli scenari – è l’amara conclusione – sono molti e diversi, ma quelli negativi sopravanzano, purtroppo, quelli positivi».








