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Livolsi: “Serve un fondo pubblico-privato per far rinascere l’Italia”

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A parlare è Ubaldo Livolsi, presidente dell’associazione ‘Semplice Italia’ e della Livolsi & Partners spa, ma già ceo di Fininvest che condusse la quotazione in borsa di Mediaset e  Mediolanum. Intervistato da Adnkronos/Labitalia detta la sua ricetta per la ripartenza dell’Italia dopo questo periodo di emergenza sanitaria. ”Tutti concordano sulla necessità di immettere nel sistema finanziario di tutti i Paesi una   liquidità di proporzioni inusitate per superare la crisi indotta da Covid-19. La manovra Cura Italia’ si muove in questo senso – afferma Livolsi – tuttavia molti economisti, esperti di finanza ed imprenditori, stanno mettendo in guardia i legislatori dal pensare che questa ricetta sia la sola soluzione dei problemi economici dell’Italia. Perché se da una parte è sicuramente vero che oggi la priorità è far affluire liquidità alle imprese, lo è altrettanto che i debiti, seppur  garantiti dallo Stato, una volta contratti devono avere i presupposti   economici finanziari per essere restituiti”.

Livolsi poi entra nel dettaglio. ‘C’è differenza fra far affluire la liquidità con l’indebitamento bancario o con l’intervento nel capitale di rischio delle aziende rafforzandone fortemente la struttura patrimoniale. Diversi contributi e commenti pubblicati sugli organi di informazione a firma di diverse personalità (anche dello stesso Livolsi Ndr.) puntano  sulla necessità di intervenire con forti iniezioni di capitale in  alternativa al puro debito bancario. A mio avviso, l’intervento di fondi di private equity, di nuove Iri e di fondi sovrani non può   essere la sola risposta e la soluzione di tutti i problemi. Può essere  una parte della soluzione’’.

PRIMA E DOPO
”Prima della crisi determinata da Covid-19 –   continua Livolsi – anche per scelte discutibili (quota 100, reddito di  cittadinanza) l’Italia, a fronte dell’indebitamento più elevato della Ue in valore assoluto, presentava il tasso di crescita dell’economia   più basso, rivelatore di una situazione economica ancora difficile dopo gli anni terribili seguiti alla crisi del 2008. L’Italia era ancora in convalescenza, con indici di produttività decisamente inferiori a quelli delle nazioni concorrenti. La strategia – argomenta – dovrà contemplare la necessità di preservare nel breve periodo la spina dorsale della nostra economia   rappresentata dalle pmi, dagli artigiani, dalle partite Iva, con immissione di liquidità con contributi a fondo perduto e a debito in piccole dosi, ma anche con riduzione della parte contributiva per chi garantisce l’occupazione e alcuni strumenti innovativi quali   interventi sugli affitti immobiliari, con contributi statali che si   potranno rimborsare con gli utili futuri delle società e dei redditi   delle persone fisiche”.        

LE AZIENDE
”Per le aziende che dovranno avere risorse finanziarie – spiega Livolsi – non solo per sopravvivere alla depressione, ma anche per investire nelle nuove tecnologie, nella ricerca e nello sviluppo internazionale,  si deve auspicare la possibilità di interventi come detto nel capitale  di rischio. In aggiunta sappiamo come una buona parte dell’industria   italiana è in mano ad imprenditori molto capaci, ma di prima generazione, che molto spesso hanno un problema di carattere   successorio nelle aziende. Chi meglio di fondi di private equity, senza fine eccessivamente speculativi, può affrontare una simile   situazione?”.

GLI “ATTORI” DEL FONDO
”Molti dovrebbero   essere gli attori di questo fondo – spiega Ubaldo Livolsi – in primo luogo lo Stato tramite la Cdp, la Sace o altro braccio del Mef, con un imponente ammontare che   dovrebbe essere l’ultimo a essere rimborsato delle quote investite nel  capitale del fondo. Poi gli investitori privati (istituzionali e non)   che dovrebbero godere della migliore liquidation preference e possibilmente di un trattamento fiscale di favore. Invece dei bond ‘patriottici’, questa soluzione farebbe rientrare molti capitali   italiani che oggi sono investiti in strumenti esteri. Altri attori: le  banche che possono eventualmente convertire una parte dei loro Utp e   dei loro crediti e le Fondazioni bancarie con i loro investimenti a   favore del territorio e a garanzia della coesistenza sociale. A questi soggetti – ha detto – si dovrebbero unire come facilitatori, a titolo gratuito o quasi, in una sorta di comitato   consultivo, le società di strategia aziendale, i cacciatori di teste, per poter organizzare negli interventi sul capitale delle singole aziende quelle sinergie necessarie per il successo delle stesse.  Obiettivo: scegliere i manager migliori”.

LA STRUTTURA DEL FONDO
”Il fondo – ha concluso Livolsi – dovrà essere articolato, sia con una struttura verticale (per settore economico) sia orizzontale, ovvero per territorio con il coinvolgimento delle varie associazioni di categoria (come sindacati e Confindustria) con governance che devono   privilegiare l’assenza della burocrazia e l’empowerment della   struttura manageriale e privatistica dell’azienda”.

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