[L’intervento] Mario Mauro (Presidente Centro Studi Meseuro): «Il Recovery Fund ha natura negoziale, l’Unione Europea è un’istituzione politica. Dobbiamo restare uniti per far valere il nostro peso»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Mario Mauro, Presidente del Centro Studi Meseuro ed ex Ministro della Difesa, è intervenuto all’evento tenutosi a Bologna organizzato dal nostro Osservatorio Riparte l’Italia, ed ha partecipato al panel dal titolo “Recovery Fund, la sfida da vincere”. Vi riportiamo di seguito il suo intervento integrale.

«L’Unione Europea è un progetto di natura geopolitica, non è un dogma di fede come spesso viene colto nel dibattito tra opposte sensibilità e tra opposte retoriche. È un progetto di natura geopolitica e quindi per loro natura le Istituzioni europee e le determinazione dell’Unione Europea hanno una natura negoziale. Ben lo ha capito il Governo italiano in quest’ultima circostanza dove sicuramente ha approcciato il tema del Ricovery Fund con arguzia, pazienza e tenacia durante un negoziato che si è sviluppato con momenti di tensione evidente. Però se andiamo a guardare quello che c’è dentro il contenuto di quell’accordo vediamo che la partita è semplicemente cominciata.

Intanto il Next Generation Eu è stato ancorato all’approvazione del bilancio dell’Unione Europea per gli anni 2020.2027. Potrebbe sembrare un particolare banale, ma non lo è, perché fintanto che non c’è l’approvazione di quel bilancio, non c’è la piattaforma attraverso la quale quei fondi potranno essere veicolati. E oggi quel bilancio è nel bel mezzo del braccio di ferro tra Parlamento Europeo e Consiglio Europeo.

Il Parlamento Europeo fa leva sul fatto che l’applicazione delle risorse sia del bilancio che del Recovery Fund debbano essere sottomesse a due grandi principi, il principio del rispetto dello Stato di Diritto. In Consiglio due paesi eccepiscono a questa condizione e sono la Polonia e l’Ungheria.

Il Parlamento fa perno sul fatto che il bilancio e anche il Recovery Fund debbano veicolare con forza il principio della solidarietà europea, com’è noto i quattro paesi cosiddetti frugali guidati in questo momento del negoziato dalla Finlandia che ha aggiunto le loro riflessioni, invece stressa di più sull’aspetto che questa solidarietà diventi un regalo a babbo morto, e quindi ci sia una articolazione che di fatto è prevista nei documenti del Recovery Fund per cui quando tu hai fatto il progetto migliore possibile e ce lo hai presentato, io posso comunque intervenire per sindacare sul come, sul quando e sul dove tu stia portando a compimento gli obiettivi che ti sei prefisso.

Essendo quindi negoziale la partita, è ovviamente non solo indispensabile che le istituzioni italiane stiano sul pezzo per tutta la durata del negoziato e per tutti gli aspetti del negoziato, anche quelli non immediatamente riconducibili ai pilastri del Recovery Fund, ma soprattutto, e questo lo sottolineo perché voglio mettere in evidenza la natura dell’evento drammatico del Covid cioè di una crisi che è stata riconosciuta dalla stessa Banca Centrale Europea come simmetrica, quindi non una crisi prodotta da un atteggiamento da ‘cicala’ o da ‘formica’, ma una crisi simmetrica che però ha innescato reazioni ovviamente asimmetriche perché non tutti i paesi sono fatti allo stesso modo, e non tutti i paesi magari vivono solo quella crisi in questo momento. Basti pensare a quello che sta accadendo nel Mediterraneo orientale alla Grecia nel confronto cui è sottoposta nelle circostanze della storia con la Turchia.

Quindi, attenzione, l’aspetto indispensabile è essere consci che siamo un treno, quello della nazione, che corre su un percorso sul quale si trova un macigno, non basterà la leva di destra, di centro o di sinistra per rimuovere quel macigno, è necessario uno sforzo realmente di tutti. Onestamente non ha nessun senso dividersi sul Recovery Fund, vale la pena unire le proprie sensibilità, sia istituzionali, penso al ruolo importantissimo delle regioni, sia dal punto di vista della maggioranza e dell’opposizione politica perché è una partita che si gioca a 27 e dentro questa partita anche se a noi sono stati già riconosciuti degli ammontare, il fatto che noi possiamo conseguirli per intero, spenderli per intero e valorizzarli per intero valorizzando la nostra capacità di utilizzarli, è tutto da vedere.

Detto questo, venendo proprio all’articolazione sulle priorità, effettivamente il documento della Commissione Europea è uscito il 17 settembre, e ci sono dentro dei passaggi che vale la pena tenere in grande considerazione perché se apparentemente dettagliano quasi con precisione certosina come dovranno essere spesi i soldi, quello che ne consegue ad un’attenta lettura riprende anche ciò che ho detto all’inizio, ossia che non solo la natura delle istituzioni europee è negoziale, ma la Commissione Europea è un’istituzione politica, non è un’istituzione tecnica, è un’istituzione fatta da tecnici ma che fa principalmente politica.

Per esempio, tutto il tema che viene messo in evidenza nel documento della connettività e tutto quello che è legato alla transizione digitale e all’intelligenza artificiale, ecco, cosa succederà se per esempio la Grecia dovesse dire che i 18 Rafal – che sono degli aerei da combattimento – che ha acquisito pochi giorni fa dalla Francia e i 5 F-35 che sono più noti alla nostra opinione pubblica, ma che sono innanzitutto, prima ancora che aerei da combattimento, dei sistemi di comunicazione talmente evoluti da apparire di fronte ad altri aerei come il paragone tra un iphone e i nostri vecchi telefoni bianchi, se loro diranno “la nostra connettività è questa”, perché noi abbiamo il Covid ma abbiamo anche il confronto geopolitico con la Turchia, chi ci aiuta? Ci consentite di finanziare questo aspetto del progetto?

E più ancora, entrando sempre molto nel dettaglio, tra il 2018 e il 2019 c’è stato un momento critico per la vita economica di questa regione legata al fatto che la Commissione europea ha fortemente accelerato, prendendo tutti di sorpresa, varando quelle misure contro le plastiche monouso che hanno spazzato via un’attività significativa per una regione come questa dell’Emilia Romagna.

Nel Documento europeo del 17 settembre si parla esplicitamente di una transizione ecologica verso un’economia circolare. Allora è ovvio che tutto quello che è legato al fatto che l’Italia, che era paese guida per la produzione delle plastiche monouso, debba poter avere modo e tempo e attraverso un progetto capire come ovviare a quello che è un orientamento che giustamente ha preso il mondo contemporaneo e anche il tempo e il modo della fase istituzionale europea. Ma questo vuol dire che forse, dobbiamo certo puntare sulla sanità, dobbiamo certo puntare sull’istruzione, ma anche tante altre cose legate ai servizi di pubblica utilità per la persona, come il digitale e la connettività.

Quindi il fatto che siamo capaci di concentrarci in un modo che non è più quello delle task force che abbiamo già visto all’opera e che hanno prodotto strumenti importanti, ma che chiama in causa molto di più, per esempio la parte concreta delle nostre amministrazioni, perché nella fase che va da adesso a gennaio si possano partorire dei progetti in cui si riescano a fare cose reali. E qui veniamo all’ultima parte di questo documento, dove si dice che i progressi sulle riforme e gli investimenti saranno misurati attraverso target fissati dagli stati stessi in accordo con la Commissione. Occorrerà specificare se l’investimento avrà un impatto fondamentale (riconoscimento del 100% del contributo), rilevante (riconoscimento del 65% del contributo) o nessun impatto, senza quindi riconoscimento del contributo.

C’è una bella pubblicazione della Commissione Europea che viene emessa ogni anni, si chiama Educational Glance, è un luogo fisico dove i funzionari dell’unione europea fanno la spunta di quello che è stato fatto nel settore di Università e Istruzione in temi di riforme e quanto questo ha fatto progredire il sistema paese. Guardando anno per anno questa pubblicazione, vediamo che l’Italia è una di quelle che ha fatto più riforme, è quella che più volte ha detto di aver fatto una riforma scolastica negli ultimi 25 anni.

Il problema è che, come per tutti i documenti della Commissione, alla fine c’è un passaggio di valutazione, dove si misura se i laureati o i diplomati sono di più a seguito di queste riforme. Questo sarà il tipo di valutazione a cui andremo incontro con la consistenza dei nostri progetti. Siccome è bene selezionare, siccome non si può scegliere tutto, dovremo avere la capacità come sistema Paese di mettere tutto il peso di cui siamo capaci sulla stessa mattonella nell’interesse della nostra Italia»

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO
image_pdf

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.