[L’intervento] Francesco Profumo (Presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo): «Un’Europa con la moneta unica e con il mercato unico non è più sufficiente, bisogna sfidare i grandi Competitors internazionali. E’ necessario riconfigurare la fattispecie degli aiuti di stato»

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Francesco Profumo, Presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo e Presidente dell’ACRI (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio SPA), è intervenuto all’evento tenutosi a Bologna organizzato dal nostro Osservatorio Riparte l’Italia, ed ha partecipato al panel dal titolo “Recovery Fund, la sfida da vincere”. Vi riportiamo di seguito il suo intervento integrale.

«A me è capitato negli ultimi mesi a partecipare a meeting di questo genere, ma mai ho avuto una visione così rotonda come in questo panel, mettendo anche in evidenza bene quali sono i limiti, quali sono le difficoltà, quali sono le realtà e quali sono le potenzialità del Recovery Fund. Perché noi abbiamo una potenzialità, i numeri parlano di 209 miliardi di cui 81 che sono a grant e 128 che sono invece a prestito. Questi sono solo numeri potenziali, il fatto che effettivamente il nostro paese li possa utilizzare è un percorso di cui siamo solo all’inizio, ed è un percorso piuttosto articolato e complesso.

L’Europa durante la fase del Covid ha evidenziato un elemento sostanziale, ossia che un’Europa con la moneta unica e con il mercato unico non è più sufficiente, e ce ne siamo accorti attraverso il tema delle filiere industriali. Così come è stato costruito negli anni questo nuovo modello di globalizzazione, noi ci siamo trovati come Europa, in una situazione per cui se ti manca un tassello ti blocca tutta la filiera. Uno dei motivi per il quale c’è stata questa spinta verso Next Generation Europe è proprio riportare in Europa quelle filiere industriali che l’Europa stessa ritiene essere necessarie.

Attenzione, però, credo che si sia andati un po’ oltre, perché oltre alle filiere materiali, in questa fase si è identificata anche la necessità di una policy europea sulle filiere immateriali. Ed ecco perché emerge il tema di istruzione, università e cultura, che è una filiera unica. Ed è una filiera che mette in condizione l’Europa, se riuscirà a portarla a casa, di compete al meglio non al suo interno, non tra paese e paese, ma rispetto a quelli che sono i competitors veri dell’Europa, quindi gli Stati Uniti da una parte, la Cina e gli altri grandi paesi dall’altra.

Credo che questa consapevolezza sia un elemento che stia alla base di Next Generation Europe, perché a differenza dei progetti o dei programmi precedenti che fondamentalmente erano e sono progetti e programmi dei 27 paesi, qua ci deve essere un progetto Europeo che è appunto Next Generation Europe che poi viene percolato nei diversi paesi. Questo perché se ci fossero i progetti di 27 paesi disarticolati gli uni sugli altri probabilmente non otterremo l’obiettivo di avere un’Europa che cresce di più, che è più competitiva, che è più equa, che è più capace di organizzarsi sulla base delle due grandi transizioni, quella verde e quella digitale.

Tutto questo processo è articolato e complesso, e l’elemento centrale è che l’Europa sta costituendo una equivalente di Direzione Generale che si chiamerà Reform che sarà costituita da 27 task force, una per ogni paese, costituite da 8-10 persone che seguiranno i paesi nella costruzione dei progetti dettagliati, dal 15 di ottobre di quest’anno ad aprile dell’anno prossimo.

Tutti questi elementi mettono in evidenza che abbiamo molte difficoltà, ma se saremo capaci di mettere in piedi quell’organizzazione capace di interloquire con l’Europa, ossia interloquire con la task force che si occuperà di noi, probabilmente avremo delle opportunità che dobbiamo poi concretizzare.

Durante la trattativa di luglio, di cui certamente il nostro Presidente è stato in primis la persona che l’ha condotta e l’ha condotta in senso positivo, ma dietro di lui c’è stata una dimostrazione di come quella parte efficiente della burocrazia europea di origine italiana è stata determinante perché lo ha supportato in tutto e per tutto. E noi abbiamo dei direttori generali e dei funzionari di altissimo valore che probabilmente in questa fase ci potranno dare una mano, e quindi se noi ci apriamo di più verso quella strada probabilmente avremo un’opportunità ulteriore di essere guidati attraverso un percorso difficile.

Questa però è l’unica occasione che abbiamo e se non la risolviamo positivamente entriamo in quel gruppo di paesi che sono fuori dai giochi.

Nel rapporto pubblico-privato c’è un tema di aiuti di stato. Gli aiuti di stato sono una cosa complessa; vi dico una curiosità, c’è stata una discussione che è cominciata nel 1948 e che si è conclusa solo nel 2017 con quelli che vengono chiamati gli importanti progetti europei, i cosiddetti IPCEI, che hanno cercato di risolvere gli aiuti di stato, perché mentre in Europa la concorrenza è intesa come concorrenza tra i Paesi e quindi gli aiuti di stato sono relativamente al mercato europeo, i nostri veri competitors sono gli altri, sono gli Stati Uniti, la Cina. Una visione diversa degli aiuti di stato probabilmente è necessaria.

Finalmente nel 2017 è stato approvato il primo IPCEI sulla microelettronica dove per la prima volta sono state definite delle regole perché ci fossero delle risorse che vanno direttamente alle aziende e che non fossero configurate come aiuti di stato. L’elemento dirimente è stato che una parte di quei risultati dovessero essere resi pubblici, cioè che ci sia un ritorno rispetto non alla singola azienda, ma all’insieme dell’Europa.

Su questo discorso siamo andati avanti, oggi c’è in discussione un IPCEI sull’idrogeno e ce ne sarà probabilmente un altro sulle batterie, quindi in realtà il percorso verso il tema degli aiuti di stato in questi termini incomincia a dare alcuni risultati ma soprattutto ci dà una prospettiva.

Su questo tema, però, c’è un livello di complessità che viene evidenziato per esempio sul tema della connettività, da diversi anni c’è un tema di investimenti nel nostro paese sulle cosiddette aree bianche, aree grigie e aree a mercato. Sul tema delle aree grigie che sono a fallimento di mercato, in quel caso è stato riconosciuto che è possibile che ci siano aiuti europei nella direzione di creare le condizioni perché si possa realizzare quella connettività che è necessaria ed è una delle priorità all’interno della Next Generation Europe.

Ad oggi ci sono quindi questi esempi, ma è molto interessante che l’Europa ha sempre sul tavolo la negoziazione e la negoziazione naturalmente deve essere fatta con competenza, con lucidità, perché è possibile trovare degli accordi che vadano nella direzione che noi auspichiamo, e che quindi consentano di avere anche risorse che possano essere utilizzate dalle aziende dove, ad oggi, le strade sono molto strette. Dipenderà dalla nostra capacità di contrattare a livello europeo con competenza e creando delle condizioni perché altri paesi abbiano gli stessi bisogni che abbiamo noi, per cui questo non diventi il tema dell’Italia, ma diventa un tema dell’Europa».

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