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[L’intervento esclusivo] Carlo Di Cicco (vaticanista): «Vi spiego la contesa eredità di Ratzinger»

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Il timore che Joseph Ratzinger – suo malgrado – torni ad essere la bandiera della conservazione cattolica non è un’ipotesi fantasiosa. Allo stesso modo che Francesco rischia – suo malgrado – di essere brandito come una clava dal progressismo cattolico. Se questo accadesse sarebbe una jattura per le ricadute temporaliste che le religioni hanno sempre avuto nella storia.

Si tratta di un problema serio di cui il mondo, al bivio di un’accresciuta possibilità di finire per scontro militare generalizzato o per un’intolleranza climatica esplosiva, dovrebbe farsene carico e l’informazione globale farsi guardinga per non prestarsi allegramente al risico dei conflitti ideologici permanenti. Ratzinger è stato e resta Ratzinger. Una figura influente come pochi nella Chiesa cattolica e nel mondo culturale contemporaneo. La parte dei ratzingeriani più o meno fanatici, dietro il suo nome e la sua figura rispettabile e culturalmente affascinante, giocano un’altra partita che sa di potere piuttosto che di Vangelo.

Se a Benedetto XVI piaceva essere considerato una faccia della stessa medaglia con Francesco – quella di una Chiesa risvegliata dal concilio Vaticano II a una sequela del Vangelo liberata dagli orpelli secolari di consuetudini e riti confusi con la tradizione – il rifarsi a Ratzinger per rosicchiare le riforme della Chiesa, significa la più grande ingiuria alla sua memoria di «umile lavoratore nella vigna del Signore». Se si strumentalizza Ratzinger per coprire le spinte di interessi particolari lo si oltraggia. Lui lo ha provato sulla propria pelle da papa più ancora che da teologo e cardinale.

Figure alla maniera del vescovo Viganò divenuto una bandiera del tradizionalismo cattolico internazionale, prima di essere critico feroce di Francesco, lo è stato di Benedetto e della sua azione di governo. La Chiesa sta in una fase molto delicata e impegnativa nella quale può consolidare la conversione richiesta dal concilio scongiurando ogni ritorno indietro, oppure perdere in un sol colpo la stagione dei papi del dopo concilio. Perciò la morte del papa emerito potrebbe segnare contraccolpi per Francesco, rendendo più arduo il da farsi. Il problema più grande con la morte di Benedetto XVI resta il perdurare di suoi presunti seguaci senza la sua bontà e gentilezza.

È il tempo in cui occorre esercitare nella Chiesa al massimo grado quell’attitudine al discernimento al quale Francesco ha dedicato di recente ben dodici catechesi. E che al discernimento si convertano un pochino di più anche i media di ogni paese che vogliano non raccontare la Chiesa secondo se stessi o compiacenti interessi estranei al Vangelo di Gesù di Nazaret. Gesù è stato il faro della verità nella vita e nell’insegnamento di Ratzinger.

Si fatica a crederlo per tanti zelanti al capezzale della vita cristiana. Può far bene, per non perdere di vista l’autentico Ratzinger-Benedetto XVI, andare alle fonti del suo pensiero e all’esempio della sua vita. Anche per non incappare nel paradosso che ogni genere di anticonciliari si facciano scudo di Ratzinger che del concilio è stato uno dei protagonisti efficaci. Lui il concilio non lo ha mai rinnegato ma ha cercato fino all’estremo possibile una composizione tra la teoria della continuità e della rottura con il passato.

Accettare un concilio della Riforma, di un andare avanti graduale è stato l’ultima proposta realistica da lui formulata il primo anno di pontificato. Ma non è riuscito a sopire le lacerazioni e le frammentazioni nella Chiesa, acuite anzi dai gravi scandali (pedofilia di parte del clero e pasticci finanziari in diocesi e in Vaticano) non causati da lui – primo a contrastarli con decisione – ma da lui come papa il primo a scontarli. Ratzinger non ha mai rinnegato il concilio Vaticano II nel quale è stato autorevole protagonista. Forse gli viene imputata la chiarezza nel discernere l’autentico concilio (quello dei padri che lo hanno vissuto e modellato) dal concilio di quei media che lo hanno sbandierato in nome di interessi estranei al Vangelo.

Un vezzo che può tentare non solo i conservatori ma l’eterogenea ala progressista. Sfogliando con cura “Ultime conversazioni” di Benedetto XVI con Peter Seewald, suo principale intervistatore e biografo, si riesce a cogliere meglio la prospettiva dalla quale porsi per capire di più Joseph Ratzinger, la figura più discussa e sorprendente degli ultimi 60 anni della Chiesa cattolica. Colui che ha contribuito in misura importante a tirarla fuori dalla polvere accumulata nel secondo millennio venendo tuttavia percepito come il principe degli “indietristi”. “Indietrismo” è un neologismo di papa Francesco per stigmatizzare tutti coloro che nella Chiesa scambiano la Tradizione con l’immobilismo conservatore delle forme senz’anima.

Nulla ha da spartire con Ratzinger l’indietrismo: se ne fosse permeato non sarebbe stato in consonanza con Bergoglio per 10 anni, nell’inedita posizione storica della convivenza di un papa emerito e un papa in carica. Ratzinger da teologo prima e da Benedetto XVI poi si è trovato suo malgrado un uomo solo, al centro di passionali e appassionanti dispute sul vecchio e il nuovo nella teologia e nella prassi liturgica e pastorale della Chiesa perché nessun schieramento estremista dei conservatori e dei progressisti è riuscito ad annetterlo nelle sue schiere. E questa indipendenza di pensiero lo ha reso largamente indigeribile.

«Lei è la fine del vecchio e l’inizio del nuovo?» lo ha interpellato Seewald. «Entrambi» è la risposta di Benedetto, tre anni dopo la sua rinuncia al pontificato, mentre nel buon ritiro del monastero Mater Ecclesiae sperimentava la liberazione dal dover insegnare, governare, guidare, con l’unico rimpianto di aver potuto dedicare solo scampoli di tempo al vivere tra la gente delle parrocchie come aveva sognato da giovane seminarista. Il peso delle responsabilità d’insegnamento prima e di governo poi avevano plasmato piuttosto presto la sua vita poco dopo il completamento degli studi teologici e le prime esperienze di docenza universitaria.

A soli 34 anni, senza cercarselo, era diventato il consigliere teologico del cardinale Frings, una delle figure più eminenti del concilio Vaticano II, punto di riferimento dell’ala progressista. Per formulare un giudizio equo su Ratzinger occorre indagare il suo contributo teologico al concilio. Questo evento ecclesiale più importante non solo del Novecento nella Chiesa cattolica ma forse di tutto il secondo millennio non è stato una rifondazione del cristianesimo, ma sicuramente la porta del passaggio decisivo dall’età antica e medioevale della Chiesa all’età moderna della scienza e della tecnica informatica. Il più grande tentativo della storia di continuare a dare senso al Vangelo nella vita dell’uomo profondamente trasformata dal progresso moderno.

All’incrocio del possibile incontro o scontro tra scienza e fede si trova Ratzinger prima teologo e poi Benedetto XVI. Egli è uno snodo rilevante conteso dagli identitari dell’incontro e dello scontro. Ha rappresentato la disponibilità e la capacità di un pensiero teologico di uscire dai recinti del sacro considerato il metro di ogni conoscenza, per dialogare senza pregiudizi con il pensiero postmetafisico. Non può essere considerato l’unico, ma certamente tra il gruppo ristrettissimo dei grandi autori cristiani capaci oggi di farsi intendere sul piano della ragione aperta prima ancora che su quello della fede. Riuscendo ad essere in forma equilibrata uomo di fede e di ragione.

La difficoltà di trovare nuovi equilibri, nuove sintesi tra fede e ragione senza mortificare o rinnegare né la fede né la ragione potrebbe essere uno dei motivi delle posizioni piuttosto diffuse di critiche e riserve nei suoi confronti. Lui è sempre riuscito a venirne fuori con la coscienza del limite che lo ha tenuto radicato nell’umano senza la pretesa da supereroe della fede. Perfino da papa. Tanto da giungere alla rinuncia. Lasciando i suoi seguaci più estremi nella delusione. Ratzinger ha avuto nell’umiltà una risorsa preziosa che è mancata a tanti critici della Chiesa e nella Chiesa. «Si pensa che un papa abbia i pieni poteri e possa dire la parola definitiva» una delle altre domande di Seewald. «Non è così», la sua risposta. «È impossibile?» lo incalza il giornalista. «Certo» risponde, «impossibile».

Due i cavalli di battaglia del teologo Ratzinger: Dio e il concilio. Entrambi fondamentali. Ratzinger e il concilio è un rapporto di metodo della fede che aiuta a non perdere di vista Dio e la sua rilevanza per l’uomo tuttora spaesato nell’era della tecnica e dell’informatica. Il concilio ha disegnato le basi di una nuova coscienza di Chiesa non più ripiegata su sé stessa, ma aperta a Dio di Gesù Cristo via verità e vita dell’umano e quindi all’uomo riconosciuto e servito nella sua dignità umana continuamente messa a rischio da ingiustizia, disuguaglianza, violenza come anche dalla mancanza di amore e altruismo. L’oggi e il futuro della fede e della Chiesa cattolica resta l’orizzonte dell’eredità culturale e cristiana di Joseph Ratzinger per otto anni sul soglio di Pietro e per 10 nella condizione di papa emerito, esperienza finora unica nella storia umana.

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